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mercoledì 23 gennaio 2013

J. Edgar Versus Il Divo




Cari fedeli cinefili, è con colpevole ritardo che giungiamo finalmente al primo appuntamento con la nostra nuova rubrica “Versus”. Come avrete intuito dal titolo, questo spazio sarà tutto dedicato al confronto, o meglio al duello mortale, tra due o più soggetti appartenenti al mondo del cinema.





In questa nostra simbolica arena potranno entrare film, personaggi, attori e registi. Noi li raffronteremo, ne indagheremo le caratteristiche, ne approfondiremo pro e contro, insomma li metteremo faccia a faccia in una lotta all’ultimo sangue che terminerà con un solo trionfatore. Forse vi state chiedendo perché tutto ciò? La risposta è semplice: perché paghiamo il biglietto, e chi paga si sa vuole l’anima.





La concezione di questa rubrica avvenne all’uscita di un cinematografo in una gelida notte dell’inverno scorso. Lo spettacolo della serata fu il dramma storico-biografico J. Edgar, un film tosto, di quelli quadrati. Tuttavia, complice l’ora tarda, i 140 minuti della pellicola e il suo ritmo non certo travolgente mi condussero in un profondo stato di trance. Fu durante questa fase che ebbi una visione: un’inquietante figura con il volto trafitto da aghi mi rammentò che un biopic su un personaggio storico non deve necessariamente essere un mattone dal coefficiente di intrattenimento pari a quello di un tomo di storia. La figura in oggetto era il 7 volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, soprannominato Il Divo.





Considerato l’aneddoto, il nostro primo scontro non poteva che essere dedicato ai suoi due protagonisti. Una sfida tra pesi massimi combattuta sul difficile terreno del biopic e che custodisce al suo interno un conflitto più profondo, quello cioè tra la tradizione e l’innovazione. Ma presentiamo meglio i nostri contendenti.










All’angolo destro J. Edgar, pellicola del 2011 del regista dagli occhi di ghiaccio Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts e Armie Hammer. Al centro della scena John Edgar Hoover, ferreo capo dell’FBI dal 1924 al 1972. Personaggio discusso sia per i suoi presunti abusi di potere che per la sua altrettanto presunta omosessualità. Il film segue la vita di Hoover dai primi passi nel bureau fino alla morte, un percorso inevitabilmente collegato ai principali avvenimenti della recente storia degli Stati Uniti.







All’angolo sinistro Il Divo, film del 2008 del nostro orgoglio nazionale Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Buccirosso e Anna Bonaiuto. Un’opera tutta dedicata a Giulio Andreotti, un nome al quale non servono chiarimenti. Tralasciando spesso la cronaca dei fatti a favore della riflessione sulla natura del potere, il film racconta l’arco temporale relativamente breve che va dall’ultima elezione del politico alla presidenza del consiglio fino ai processi per mafia.





Le due pellicole sono decisamente diverse tra loro pur essendo entrambe dominate da imponenti figure di potere le quali nei rispettivi paesi hanno fatto il bello e il cattivo tempo per un bel pezzo di storia. La differenza sostanziale sta nell’approccio scelto per la narrazione. Se il buon Clint, restando fedele alla sua filmografia, decide di raccontare la sua storia percorrendo la via del realismo, il nostro Sorrentino fa la scelta opposta spostandosi sul piano del surreale.







Con uno stile elegante e sobrio J. Edgar ci porta efficacemente nella realtà americana del 900. La narrazione delle tappe della vita di Hoover è chiara e ben cadenzata, l’esposizione degli avvenimenti storici accurata e la ricostruzione delle scenografie dell’epoca splendida. Tuttavia J. Edgar soffre di una diffusa forma di piattezza. Per tutta la sua durata avanza in prima con un’inesorabile e a tratti scoraggiante costanza. Unica trasgressione a questa rigida compostezza è la struttura a flashback, non certo originalissima, ma capace di portare un pò di vivacità. Un’opera sicuramente interessante, e a tratti anche intensa, la cui visione però offre allo spettatore rarissimi momenti di sano “sollazzo”.









Contrariamente, Il Divo è un film estremamente frizzante che mescola sapientemente l’ironia con la tragedia. Senza temere di finire nel grottesco, Sorrentino ci mostra Andreotti come un villain cinematografico. Un personaggio austero, sempre pronto a dispensare battute taglienti e in grado di trasmettere timore reverenziale a chi gli sta intorno. Gli accostamenti a cattivi celebri non mancano: il viso infilzato alla Pinhead per via dell’agopuntura, l’aggirarsi furtivo nella penombra della propria casa come Nonsferatu, il farsi fare la barba circondato dagli scagnozzi alla maniera dell’Al Capone filmico. Traboccando idee originali, gusto artistico e bella musica, Il Divo riesce a raccontare in maniera molto gradevole un triste spaccato del nostro paese fatto di inciuci politici, stragi di mafia e cospirazioni massoniche.











Va detto però che nessuno dei due film riesce a sviscerare fino in fondo il proprio protagonista. Eastwood rompe la scorza dura di Hoover per cercarne il lato più umano, quello fragile e tormentato. Ma l’approfondimento della sua complessa personalità viene spesso sacrificato per dare spazio a ripetitive dimostrazioni della sua natura omosessuale e delle sue fisime anti-comuniste, rischiando così di far apparire il capo dell’FBI come in un tipetto ottuso e bizzarro che vede comunisti ovunque.







L’Andreotti di Sorrentino altri non è che un fantasioso simulacro del vero Divo, un rimpiazzo necessario a mostrare come la realtà possa coincidere con la fantasia. Eppure da questo ritratto inverosimile emergono qua e là spiragli di umanità. Soprattutto grazie alle scene con la moglie Livia, affiorano i sacrifici di una vita dedicata al potere e disseminata di scelte difficili. Quindi se l’Hoover “umano” appare quasi come una macchietta, L’Andreotti “simulacro” finisce per trasmettere la stessa umana drammaticità del suo contendente.







A compromettere definitivamente l’andamento del match per J. Edgar è la sua durata di ben due ore e venti, un minutaggio esagerato se paragonato al contenuto trasmesso. Il film si perde spesso in approfondimenti non necessari come ad esempio la minuziosa ricostruzione del rapimento Lindbergh. Il Divo con i suoi 110 minuti è invece un film fluido che senza mai dilungarsi raggiunge il suo obbiettivo con poche mosse ben calibrate. Passateci l’espressione, ma Il Divo rispetto a J. Edgar trasmette il proprio messaggio a un “costo” decisamente minore.







Ormai la piega presa dall'incontro è piuttosto evidente, non ci resta quindi che contare formalmente i punti e decretare il verdetto finale. Secondo le nostre valutazioni a meritare la vittoria di questo match è Il Divo che con le sue doti di intrattenimento, freschezza e sintesi sbaraglia un robusto ma senile J. Edgar. Ad avere la meglio è stata quindi l’innovazione, la creatività e il coraggio della sperimentazione. E se vogliamo anche il cinema italiano.





Pertanto onore a Paolo Sorrentino, un regista che negli ultimi anni ha contribuito a restituire prestigio al nostro cinema, in patria e all’estero. Rammarico, invece, per la sconfitta di un mito come Clint Eastwood il quale, pur non provenendo da un periodo positivo, ha realizzato un film in ogni modo apprezzabile. Purtroppo non potrà aggiungere al suo palmares il riconoscimento di Versus, ma sono sicuro che se ne farà un ragione. Questa è la nostra umile opinione senza gloria. Non mancate di farci sapere la vostra.




giovedì 27 ottobre 2011

This Must Be the Place - Recensione




Paolo Sorrentino è uno dei registi italiani più interessanti
del momento. Con il suo stile “cosmopolita” ha realizzato film innovativi per
il nostro cinema (Il Divo, Le conseguenze dell’amore,...) portando aria fresca
in un ambiente che purtroppo sa spesso di stantio. Assodato il proprio talento
in patria, si propone al pubblico mondiale con una produzione internazionale
che lo vede collaborare con una star del calibro di Sean Penn.







This must be the place”, scritto
dallo stesso regista, vede come protagonista Cheyenne (Sean Penn), una rockstar
in pensione che dopo anni di inattività si trucca ancora con rossetto e cerone.
Annoiato e depresso trascorre le proprie ripetitive giornate senza allontanarsi
troppo dalla lussuosa villa di Dublino in cui vive con la moglie (Frances
McDormand
). La morte del padre, con cui non aveva rapporti da anni, lo riporta
a New York dove conosce Mordecai Midler (Judd Hirsch), un ebreo “cacciatore di
Nazisti”, che gli rivela che il defunto genitore era impegnato nella maniacale
ricerca del criminale Nazista colpevole di averlo umiliato in un campo di
concentramento. Cheyenne, spinto da nuove motivazioni, parte per un viaggio che
lo vedrà attraversare gli Stati Uniti nel tentativo di concludere la missione
del padre.




Per questa avventura oltre i
confini, Sorrentino, si confronta con un soggetto originale e alquanto ambizioso.
Rimanendo fedelissimo alle proprie qualità espressive, scrive e dirige un film (troppo)
complesso che mescola generi e tematiche tentando di trovare una propria
identità.









Il punto di forza della pellicola
è il bel personaggio nel quale Penn si infila alla perfezione.
Un personaggio
quasi grottesco ma molto umano in cui convivono il dramma per una vita ormai
vuota, fatta di nostalgia e rimpianti, ma anche la comicità, con la sua
apparente ingenuità e la sua goffaggine. Del suo passato conosciamo poco perché
al centro della storia troviamo il suo viaggio, ufficialmente alla ricerca del
persecutore di suo padre, ma in realtà (come vuole tradizione) alla ricerca di
se stesso. Il percorso è ricco di incontri con vari personaggi, tutti ben
definiti, da ognuno dei quali Cheyenne prende o lascia qualcosa. Così tra
siparietti comici e momenti tristi, la fine del percorso vede arrivare un
“nuovo” Cheyenne. 









Il lato ironico funziona piuttosto
bene, purtroppo quello drammatico funziona meno.
Gli episodi e le sottotrame
sono tante e per dare spazio a tutto ne viene dato poco a ognuno. Sorrentino è
molto bravo nel sintetizzare i fatti in poche scene (vedere Il Divo), che questa
volta però, risultano spesso troppo complicate e ricercate. Il risultato è che
non ci si appassiona facilmente e si rischia di annoiarsi.









Dal punto di vista tecnico il
film si dimostra di alto livello.
Grande cast, oltre al già citato Penn, ottime
interpretazioni per la McDormand e Hirsch. Belle le musiche che accompagnano
tutto il film, curate da David Byrne, che appare anche come attore. Bravo
Sorrentino nel creare, grazie anche a una fotografia particolarmente colorata, delle
inquadrature esteticamente notevoli.







This must be the palce” è nel
complesso un buon film, sicuramente interessante e originale ma che purtroppo non
colpisce in profondità come avrebbe potuto fare.







In ogni caso complimenti a Sorrentino
che porta fieramente la bandiera dell’Italia in giro per il mondo.