1772. Collinsport, Maine. Barnabas Collins è l’unico erede
della famiglia che ha dato il nome alla propria città. Giovane, ricco e
incallito seduttore, spezza il cuore di Angelique Bouchard, una cameriera della
tenuta. Angelique però si rivela essere una strega e condanna Barnabas a una
terribile punizione, lo trasforma in un vampiro e lo seppellisce vivo. Duecento
anni dopo la tomba viene casualmente aperta e il vampiro torna alla sua tenuta
dove scopre che i suoi pochi discendenti non se la passano affatto bene. Ad
aver avuto successo è invece Angelique, divenuta la più importante
imprenditrice della città. Siamo nel 1972, Barnabas deve confrontarsi con il
proprio passato e con un mondo che non gli appartiene.
Da buon fan di Tim Burton ho atteso questo film con impazienza ma anche con un po’ di paura. Impazienza perché Burton è un grande artista, paura perché nonostante i suoi molti successi si è reso protagonista di qualche scivolone così inaspettato da far nascere dubbi sul suo genio. Tra questi ruzzoloni c’è il suo penultimo lavoro, quell’Alice in Wonderland troppo omologato alle vigenti regole di mercato per essere un “Burton originale”. Allora il quesito nasce spontaneo, con Dark Shadows il nostro visionario regista si sarà rialzato? A mio avviso si, possiamo dire che Tim è di nuovo in piedi, non tanto per la qualità assoluta del film, ma soprattutto perché torna a realizzare un’opera personale in cui è libero di dare sfogo a tutte le sue fisime.
Basato sull’omonima soap opera americana degli anni sessanta, Dark Shadows è una favola nera la cui morale sta nella ridefinizione del “mostro” e del “normale” come nella più classica filosofia burtoniana. Al centro della vicenda non c’è solo il vampiro, ma un’intera famiglia composta da personaggi strampalati, fantasmi, streghe e licantropi, ognuno alle prese con i propri problemi. Creature proiettate nella patinata società americana degli anni 70 che in quanto mostruosità non si dimostra da meno. Ne scaturisce un mondo fantasioso, allegoria della nostra realtà in cui tutti, ognuno a modo proprio, sono un po’ mostri e un po’ pazzi. All’interno del film trovano posto molti generi ben miscelati tra loro come l’horror, il dramma, la parodia e la commedia. Ma il punto di forza è l’ironia garbata che accompagna lo spettatore per tutta la visione. Sono presenti anche elementi nuovi come il sesso, raramente menzionato dal regista ma molto presente in questa pellicola. Purtroppo a mancare è un po’ di quel pathos malinconico a cui Burton ci ha spesso abituato. Le emozioni che evocano personaggi come Edward mani di forbice, Jack Skeletron nonché il Pinguino sembrano smarrite. Chissà, forse se tra le tante vicende del film la storia d’amore tra Barnabas e Victoria avesse ricevuto più spazio…
Dark Shadows brilla però sul piano tecnico, in particolare su quello visivo. Burton stupisce nei movimenti di camera e nelle inquadrature somiglianti a piccoli quadri (dark ovviamente). La bellezza delle immagini è anche merito dei costumi, della fotografia e delle magnifiche scenografie, sia quelle della gotica tenuta Collins che quelle della cittadina Americana anni 70. Accattivanti le musiche non originali composte da pezzi dell’epoca, non indimenticabili invece quelle originali di Danny Elfman che nella sua ormai simbiotica collaborazione con Burton ci ha abituato a motivetti ben più incisivi. Davvero ottimo tutto il cast. Johnny Depp realizza la sua ennesima maschera, ma ha differenza del Cappellaio Matto risulta simpatica e funzionale. A sorprendere sono però le protagoniste femminili, una perfida Eva Green, perfetta in ogni sfumatura, e un’austera Michelle Pfeiffer, che torna a lavorare con Tim Burton venti anni dopo aver indossato il costume di Catwoman. Bravi anche Helena Bonham Carter, Chloe Moretz, Jonny Lee Miller e Jackie Earle Haley che riescono a dare spessore ai propri personaggi nonostante il poco spazio a disposizione.
Dark Shadows non è un’opera da antologia, ma è comunque un film riuscito capace di soddisfare coloro che vogliono trascorrere un paio d’ore di divertimento e di sollevare tutti quei fan di Tim Burton ai quali la “Deliranza” del Cappellaio Matto aveva lasciato una profonda ferita.



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