martedì 15 ottobre 2013

Rush - Recensione






Campionato di Formula 1 del 1976. Durante il Gran Premio di Germania corso nel circuito del Nurburgring, il pilota della Ferrari Niki Lauda, favorito alla vittoria del mondiale, subisce un grave incidente dal quale riesce miracolosamente a salvarsi ma che lo costringe a una difficile degenza. Durante la sua assenza il rivale James Hunt, a bordo della McLaren, recupera lo svantaggio accumulato puntando alla vittoria del titolo. Incredibilmente, dopo soli 42 giorni dall’incidente e con le ferite ancora sanguinanti, Lauda torna a correre per difendere il suo primato. I due contendenti danno così vita a un duello memorabile, deciso all’ultima gara del campionato per un solo punto di differenza.









Le mie aspettative per questa trasposizione cinematografica erano piuttosto basse. Ad alimentare il pessimismo il dubbio che una film prevalentemente made in USA (paese nel quale la Formula 1 non gode di enorme credito) potesse cogliere lo spirito dell’evento. Ma anche la scelta di affidare il progetto a Ron Howard, un regista i cui “happy days” pensavo fossero terminati per sempre con le due scarsissime trasposizioni dei romanzi di Dan Brown. Invece sorpresa totale perché Rush è un film pienamente riuscito. Questo grazie a una serie di elementi azzeccati, che il fu Richie Cunningham è riuscito, contro il mio pronostico, ad amalgamare con maestria.










Lo zoccolo dell’opera è la bella sceneggiatura di Peter Morgan che dopo Frost/Nixon, scritto sempre per Ron Howard, torna a raccontare con la medesima intensità narrativa un altro duello, spostando questa volta il campo di battaglia sui circuiti di Formula 1. Al suo centro, infatti, c’è la rivalità tra due atleti, separati da personalità diametralmente opposte ma uniti dalla stessa determinazione nell’inseguire il successo. Rivalità che trova la propria morale nel significato stesso della vittoria e su quanto questa possa richiedere sacrifici umani non sempre giustificabili.







Solido ed equilibrato, lo script attinge con scrupolo ai fatti realmente accaduti, romanzandoli quanto basta a dare al tutto maggiore godibilità. Tra queste “libertà artistiche” il ritratto dei contrastanti profili psicologici dei due piloti che vengono inaspriti fino a tramutare i personaggi in autentici archetipi costretti in un perenne conflitto. Rivalsa, rabbia, dolore e tenacia accompagnano i duellanti in una battaglia che si percepibile per tutta la pellicola, dalle occhiatacce delle prime inquadrature alle cicatrici indelebili mostrate nelle ultime.









A compensare eventuali mancanze nella sceneggiatura ci pensano le ottime interpretazioni dei due attori protagonisti. Daniel Brühl, indimenticato soldato Zoller di Bastardi senza gloria, si cala nei panni di Niki Lauda sfoggiando una gestualità e un’espressività quasi inquietanti che trasmettono alla perfezione la pedanteria e la scontrosità del proprio personaggio. Bravo anche Chris Hemsworth che si presta alla spacconeria di James Hunt recuperando l’ormai rodata interpretazione di Thor e arricchendola a sorpresa con inedite gradazioni di espressività.





Contribuiscono alla riuscita del film le musiche di Hans Zimmer che accompagnano le immagini con discrezione ma, come al solito, con grande efficacia, nonché la fotografia di Anthony Dod Mantle le cui tonalità pallide rimandano agli anni della vicenda.





Un gran bel materiale che Ron Howard elabora con coerenza, mostrandosi disinteressato ai tecnicismi sportivi, ma invece attento ai risvolti umani della vicenda. Se la sua regia moderata e priva di particolari slanci non esalta troppo la materia prima a sua disposizione, riesce comunque a cogliere lo spirito di una grande sfida. Nel complesso non un capolavoro assoluto, ma sicuramente un film al quale è impossibile non appassionarsi.


















lunedì 19 agosto 2013

Sono iniziate le riprese di Interstellar, il prossimo film di Christopher Nolan










Con un comunicato stampa la Paramount Pictures e la Warner Bros. hanno ufficializzato l’inizio delle riprese di Interstellar, il kolossal fantascientifico diretto da Christopher Nolan. La produzione si trova attualmente ad Alberta, in Canada, ma proseguirà in varie location in giro per il mondo. Si tratta del nono film del regista che ancora una volta, dopo l’ultimo film della trilogia dedicata a Batman, alterna un progetto originale con uno non originale. La sceneggiatura di Interstellar, infatti, nasce dalla fusione tra un’idea di Christopher Nolan e una sceneggiatura pre-esistente del fratello Jonathan.








Da quando è stato annunciato, il film è rimasto avvolto nel mistero. Sappiamo che si ispira alle teorie del fisico Kip Thorne sui “whormholes”, ma tutto ciò che conosciamo della trama è che racconterà le avventure di un gruppo di esploratori spaziali che, usando una galleria spazio-temporale, supererà ogni limite umano intraprendendo un viaggio verso i confini più lontani della nostra comprensioni scientifica. Quel che è certo è che a questa avventura parteciperà un cast decisamente interstellare.










Nolan ha dimostrato in più occasioni di saper selezionare bene i propri attori affidandosi spesso a personalità fresche e talentuose. Aggettivi perfettamente calzanti anche a quelli che saranno i principali protagonisti di Interstellar: Matthew McConaughey, che si è fatto recentemente notare con una serie di pregevoli interpretazioni pur essendo una vecchia conoscenza di Hollywood, Anne Hathaway, già scelta da Nolan per interpretare Catwoman e divenuta nel frattempo premio Oscar, e Jessica Chastain, la bella e brava attrice dai capelli rossi che in pochissimi anni ha scalato le vette del cinema americano. Ma a bordo dell’astronave di Nolan saliranno anche Bill Irwin, John Lithgow, Casey Affleck, David Gyasi, Mackenzie Foy, Timothée Chalamet, Topher Grace, David Oyelowo, Ellen Burstyn e l’onnipresente Michael Caine, presumibilmente nelle solite vesti del saggio e affidabile mentore del protagonista.





L’uscita Americana di Interstellar è stata fissata per il 7 Novembre 2014, quella italiana non è ancora stata ufficializzata. Se il regista manterrà la strategia promozionale dei precedenti film, probabilmente tra un paio di mesi o poco più avremo già un teaser trailer. Spesso l’incontro tra un grande regista e la fantascienza si è rivelato molto positivo, basta pensare a Blade Runner di Ridley Scott o a 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, film al quale Nolan ha oltretutto dichiarato di ispirarsi. Le premesse per un nuovo successo, quindi, ci sono tutte. Non ci resta che aspettare.




mercoledì 14 agosto 2013

World War Z - Recensione




Tratto da un best-seller, con un notevole budget di circa 200 milioni di dollari e Brad Pitt come protagonista: la Paramount ci ha puntato parecchio su World War Z. Sfortunatamente le lavorazioni sono state costellate da parecchi problemi tra cui una revisione profonda della sceneggiatura, riprese aggiuntive e enormi ritardi nell’uscita, slittata da Dicembre 2012 a Giugno 2013.





Il film segue le vicende di un ex impiegato delle Nazioni Unite Gerry Lane (Brad Pitt), che trovatosi con la famiglia nel traffico di Philadelphia, viene catapultato in mezzo al caos. Orde di persone colpite da un male sconosciuto si avventano su chiunque alla continua ricerca di persone da azzannare e contagiare. Durante la fuga, Gerry riesce a contattare un suo vecchio collega di lavoro che riesce a farlo salire con la sua famiglia a bordo di una nave del governo, a patto che Gerry offra il suo aiuto: guidare una squadra di soldati scelti di scorta ad un virologo alla ricerca delle cause del contagio e scoprire un vaccino indispensabile per la sopravvivenza del genere umano.







Ispiratosi a “World War Z – An oral history of the Zombie War” pubblicato nel 2006 da Max Brooks (il figlio del regista Mel Brooks), il romanzo ha riscosso un grande successo: impostato in forma epistolare, l'autore fa una serie di interviste a varie persone di tutto il mondo che narrano le proprie vicissitudini avvenute nella guerra tra umani e zombi. 



Idea alquanto particolare per una possibile trasposizione cinematografica che però non ha convinto pienamente la produzione. E così è partito il balletto dei sceneggiatori che si sono alternati: da M.M. Carnahan a Michael Straczynski, passando per Damon Lindelof (la serie televisiva di Lost, Prometheus) e per finire a Drew Goddard (il regista di “Quella casa nel bosco”).







Questo non vuol dire che la scelta di volersi allontanare dal materiale originale sia stata a priori totalmente sbagliata anche perché, per come è stato strutturato il libro, non sarebbe stato di facile riuscita.





In ogni modo lo script è quello che ne ha risentito pesantemente dai tanti avvicendamenti i quali hanno pregiudicato non poco la scorrevolezza della narrazione, sia in termini di sviluppo quasi assente dei personaggi che girano intorno al protagonista e sia per la presenza di molteplici incoerenze, oltre che di un bonario finale che sappiamo essere totalmente stravolto rispetto al romanzo di Brooks. E’ un peccato perché l’idea del protagonista che gira per il mondo in diverse location è azzeccata.





La regia di Marc Forster che ricordiamo per Monster’s Ball ma anche per un agghiacciante Quantum of Solace (probabilmente uno dei peggiori film di 007), riesce a tenere in piedi la baracca attraverso scene di massa particolarmente interessanti come l’attacco a bordo di un aeroplano e il suggestivo assalto degli zombi alle mura della città santa di Israele.









Gli effetti speciali, dato anche il budget a disposizione, sono di pregevole fattura, le scene d’azione sono ben congegnate, con le musiche di Marco Beltrami che fanno da adeguato accompagnamento.





Il cast si poggia sulle spalle del mono-espressivo Brad Pitt dal taglio di capelli inguardabile; per il resto la presenza di attori come Mireille Enos, David Morse e il nostro Pierfrancesco Favino sono pressoché sprecati per simili particine. La famiglia di Brad Pitt non riesce a suscitare la minima angoscia per la loro sorte.





In conclusione, World War Z a livello tecnico ottiene la sufficienza, ma per il resto siamo ben al di sotto degli standard. Un film d’azione che può essere visto da tutti, grandi e piccoli. Non ci sono particolari scene violente, il sangue praticamente non si vede e i morti viventi sembrano una massa di simpatici centometristi alla Usain Bolt. Un prodotto che val bene per una serata all’insegna dell’azione, non certo per chi vorrebbe godersi un sano horror. Romero docet.












venerdì 26 luglio 2013

Pacific Rim - Recensione






E’ passato esattamente un lustro dall’ultimo film di Guillermo Del Toro. Praticamente un’infinità di tempo per un regista apprezzato che ha conquistato il pubblico con le sue fiabe horror-fantasy e che, nell’ormai lontano 2008, con Hellboy: The Golden Army regalò agli amanti del genere l’ennesima leccornia. Cinque anni in cui il prolifico regista messicano ha dovuto vedersela con i ben più reali orrori del business. Orrori che lo hanno prima costretto a tirarsi fuori da Lo Hobbit, poi a rinunciare, ad un passo dalla realizzazione, alla tanto agognata trasposizione de Le Montagne della Follia.


 







Fortunatamente il talento di Del Toro non è stato trascurato dalla Legendary Pictures che lo ha voluto alla regia di Pacific Rim, un monster-movie fantascientifico che celebra il cinema giapponese riproponendo i suoi famosi Kaiju, ovvero quei giganteschi lucertoloni avvezzi a ciondolare per le grandi metropoli nipponiche demolendo interi quartieri ad ogni passo. Materia prima, questa, a dir poco prelibata per un regista che ha fatto del “mostro” il suo principale mezzo di comunicazione con il pubblico. Così, caricato dagli anni di astinenza, Del Toro torna nelle sale con una prestazione “muscolare”. Il film che realizza, infatti, pur essendo distante dalle sue peculiarità artistiche, è un solido Blockbuster, di quelli che fanno luccicare gli occhi a tutta Hollywood.









La storia, scritta da Travis Beacham, ha in realtà ben poco di originale. Da un portale spazio-temporale apertosi nel profondo dell’Oceano Pacifico iniziano ad emergere, con intervalli di tempo sempre più corti, delle gigantesche creature aliene simili a dinosauri (i Kaiju) che prendono di mira le più popolose città costiere. Per fronteggiare questi mostri che mettono in pericolo la sopravvivenza della razza umana, il mondo intero coopera nella costruzione di armi straordinarie, ovvero degli enormi robot (i Jaegers) controllati contemporaneamente da due piloti le cui menti sono connesse tra loro da una sorta di ponte neurale.


 


E’ evidente come il film attinga a piene mani dai più famosi elementi fantastici della cultura popolare giapponese come i film sul mostro radioattivo Godzilla, o gli anime con i robottoni pilotabili alla maniera di Neon Genesis Evangelion. I titoli ispiratori sono molti, tutti accomunati però da quel sano e genuino gusto per la distruzione nato nel paese del Sol Levante ma divenuto di casa anche negli States. Tuttavia, nonostante la grande inflazione del genere, Pacific Rim riesce nell’ardua impresa di dare lustro alla serie e a ritagliarsi addirittura una propria originalità. Il merito di tale successo va all’accurata regia di Guillermo Del Toro.


 




In Pacific Rim tutto è rivolto a stimolare la già citata voglia di devastazione. Ben poco spazio viene riservato ad approfondimenti psicologici o a questioni sociali, tantomeno a quella poetica fiabesca propria del regista. Orpelli questi, sviluppati quanto basta a tenere in piedi una storia semplice, fondata su valori tradizionali quali riscatto e fratellanza. Tutto il resto è uno spettacolo impetuoso e fragoroso, brutale ed esaltante, dal ritmo serrato scandito dall’arrivo di creature sempre più grosse, e di conseguenza da legnate sempre più poderose. Dopo il bel prologo che sintetizza le catastrofiche condizioni in cui è piombata l’umanità, ci si ritrova subito immersi nell’azione. Tra petroliere agitate come mazze e container usati a mo di tirapugni, assistiamo a una sequela di colossali combattimenti macchina-mostro che, grazie alla loro meticolosa realizzazione tecnica e alla notevole resa visiva, riescono ad offrire sequenze che lasciano a bocca aperta.




Contribuiscono alla riuscita del film gli ottimi effetti speciali, la colorata fotografia di Guillermo Navarro nonchè le incalzanti musiche di Ramin Djawadi. Ma anche il cast, non di certo stellare, ma adeguato, tra cui citare un sempre valido Idris Elba nei panni del comandante del progetto Jaegers, i semi-sconosciuti eppure bravi Charlie Hunnam e Rinko Kikuchi nei ruoli dei due piloti protagonisti e un divertente Ron Perlman interprete di un cinico trafficante di organi di Kaiju.


 


Forza ma anche limite del film è la sua stretta appartenenza e devozione al genere. Cosa che probabilmente scontenterà chi è in cerca di stimoli più “alti” rispetto a quelli offerti dall’assistere per due ore e venti a mostri che se le danno di santa ragione. Tuttavia Pacific Rim resta un riuscito blockbuster che troverà facilmente il consenso dei più giovani, ma anche di quegli adulti più nostalgici, magari cresciuti con Goldrake, Daitarn 3 o Mazinga. Per coloro che invece da ragazzini guardavano soltanto Holly e Benji, consiglio vivamente di lasciar perdere.


 




 

 






 

lunedì 20 maggio 2013

Ti ho cercata in tutti i necrologi: il trailer del film di Giancarlo Giannini








A 25 anni di distanza da Ternosecco, il grande attore e doppiatore italiano torna alla regia con Ti ho cercata in tutti i necrologi. Il film, nel quale Giannini veste anche i panni di attore protagonista e produttore, segue le vicende di Nikita, un ex tassista emigrato in Canada dove lavora come autista di un carro funebre. Coinvolto in una partita a poker, l’uomo finisce con l’accumulare un grosso debito. Per saldarlo gli viene proposta una caccia all’uomo della durata di 20 minuti nella quale i creditori armati di fucile tenteranno di ucciderlo mentre Nikita dovrà riuscire a sopravvivere. A complicare la questione l’incontro con una misteriosa donna che risveglierà in lui emozioni nuove.









Girato interamente in lingua inglese, il film appare come una sorta di noir con tocchi di surreale e grottesco. Nel cast, oltre a Giannini, troviamo Silvia De Santis, nota perlopiù per la fiction Squadra Antimafia, e F. Murray Abraham, premio Oscar nel 1984 per il film Amadeus. Considerata la simpatia e l’ammirazione che proviamo per Giannini e per il suo incontenibile vocione che ha impreziosito le più grandi interpretazioni di stelle internazionali come Jack Nicholson, Al Pacino e Michael Douglas, non possiamo che augurargli buona fortuna.










Il film uscirà nelle sale il 30 Maggio.






domenica 19 maggio 2013

Oblivion - Recensione




Solitamente evito i film in cui il protagonista è Tom Cruise, ma dal momento che il regista è Joseph Kosinski, ho fatto uno strappo alla regola. Si, perché il suo precedente film, Tron-Legacy, nonostante la sceneggiatura mediocre, mi impressionò dal punto di vista visivo e mi incuriosiva vedere come se la sarebbe cavata con questo Oblivion.





Siamo catapultati nel 2077, uno scenario apocalittico. La Terra è una landa desolata, frutto della guerra combattuta contro gli "Scavengers", invasori alieni. Lo scontro è stato vinto dagli uomini a caro pezzo: l’uso delle armi nucleari ha reso il pianeta radioattivo e per questo il resto della popolazione mondiale s’è trasferita quasi completamente su Titano, una luna di Saturno.





Jack Harper (Tom Cruise) è una sorta di tecnico che, in coppia con la sua assistente Victoria (Andrea Riseborough) deve garantire l'integrità e la sicurezza delle idropompe, macchine giganti che fluttuano sopra il mare risucchiando l'acqua in moda da trasformarla in energia da portare su Titano. Le ultime sacche di resistenza aliena rimaste sulla Terra cercano costantemente di sabotarle ma ormai mancano poche settimane alla fine della loro missione.





Durante una delle solite perlustrazioni, Jack vede un oggetto spaziale precipitare dal cielo e si reca ad investigare. Troverà qualcosa di veramente inaspettato… 




Il cinema ha sfoderato cataste e cataste di film sulla fantascienza, da autentici cult a autorevoli fetecchie, e per lasciare il segno occorre possedere talento e originalità. Kosinski sembra possedere entrambe.







Basato su una gaphic novel dello stesso regista, Oblivion è un film molto interessante, ricco di volute citazioni e omaggi ad altri film di fantascienza che non stiamo qui a sciorinare e che demandiamo ai critici d’alto rango. Dal punto di vista narrativo scorre che è un piacere, la sceneggiatura risulta ben strutturata e con un'inaspettata serie di colpi di scena, tanto da rendere la storia verosimile e coinvolgente. Unica nota discordante risiede nel finale molto approssimativo, per usare un termine “all’acqua di rose”, e che per molti versi si assomiglia con quella di Indipendence Day. In ogni caso si tratta di un enorme passo avanti se pensiamo che questo è il secondo film di Kosinski.











Il suo punto forte comunque è un altro: la sua maestria nella realizzazione delle ambientazioni. Basti pensare all’inizio del film dove, in pochi minuti, il regista riesce a farci cogliere l’essenzialità del mondo in cui si svolgono le vicende attraverso immagini ad alto impatto emotivo; dalla Luna mezza distrutta ai paesaggi sconfinati e desolati di una Terra disabitata. 





Ottima la colonna sonora di genere elettronico affidata al gruppo degli M83, coadiuvata in alcune scene più significative da brani dei Led Zeppelin e dei Procol Harum.





Spendiamo alcune parole sugli attori: Tom Cruise si compiace nel suo ruolo da primadonna, sembra che sia anche ringiovanito fisicamente tanto che se continua così gli rispunta pure il ciuffo alla “Top Gun”. Positive le parti femminili: da Andrea Riseborough, perfettamente integrata in coppia con Cruise a Olga Kurylenko fino alla piccola parte di Melissa Leo. Morgan Freeman come al solito poco minutaggio ma grande resa, e per chi ha occhio per i particolari avrà notato la presenza di Nikolaj Coster-Waldau, il Jaime Lannister della serie “Il Trono di Spade”.





Nel complesso molto positiva l’opera di Kosinski, seppur con molteplici sbavature, dimostra di sapersi muovere nel campo della fantascienza ad alto budget (120 milioni di dollari). Un regista da tener d’occhio nel prosieguo della sua carriera. 








domenica 14 aprile 2013

Benvenuto Presidente! - Recensione






A Roma i politici non riescono ad accordarsi sulla nomina
del nuovo presidente della Repubblica e come forma di protesta eleggono
sarcasticamente Giuseppe Garibaldi. Purtroppo però, in Italia quattro persone
hanno ereditato il nome dell’eroe nazionale e tra questi “Peppino”, un semplice
bibliotecario con la passione per la pesca , ha i requisiti necessari per la
carica. Peppino viene così prelevato dal suo paesino di montagna e portato a
Roma per dare formale rinuncia all’incarico. Ma una volta lì, visto l’atteggiamento
cinico dei suoi elettori, decide di mantenere la carica nel tentativo di dare
una svolta al proprio paese.







Figlia della caotica attualità socio-politica, Benvenuto Presidente! è una vivace commedia all’italiana che, giocando piacevolmente con il surreale, fonde il divertimento più spensierato con la critica sociale. Utilizzando un modello non originalissimo, quello cioè del povero improvvisato ricco, il film diretto da Riccardo Milani e scritto da Fabio Bonifacci, ci mostra le vicende un uomo comune e corretto ritrovatosi casualmente a gestire un grande potere. Ciò lo farà finire inevitabilmente in situazioni imbarazzanti, ma lo porrà anche davanti a delle scelte che metteranno alla prova la sua onestà.













A reggere gran parte dello spettacolo è l’ottima performance di Claudio Bisio che mescola nelle giuste dosi goliardia e recitazione. Compito facilitato anche dalla riuscita complicità con la bella e simpatica Kasia Smutniak. A funzionare meno è l’intreccio narrativo il quale, una volta consumato lo spunto iniziale, si sviluppa in una serie di gag schematiche e un po’ prevedibili. A bilanciare queste mancanze però provvedono le partecipazioni di importanti personalità del cinema italiano come Omero Antonutti, Remo Girone, Gianni Cavina e Piera degli Esposti che donano spessore là dove questo scarseggia.







Senza fare espliciti riferimenti a particolari schieramenti o individui, la coppia Milani-Bonifacci denuncia le depravazioni di una politica cinica e affarista trovandone le origini nel modo di fare della gente comune. Affidandosi così al principio secondo cui la classe dirigente è lo specchio del popolo, il film vuole lanciare un messaggio formativo che è un richiamo all’onestà e al dovere civico. Un impegno meritevole che però deraglia in uno stonato e fastidioso monologo finale rivolto direttamente al pubblico in cui si attribuiscono le responsabilità delle sorti del paese allo stesso spettatore/uomo comune.





Comunque tra alti e bassi Benvenuto Presidente! resta un film riuscito. Alternando guizzi di brillante comicità a ben più classiche gag da cinepanettone offre un sicuro divertimento. Inoltre, pur restando nel filone della commedia popolare italiana, riesce con la sua “missione” a dare una marcia in più a un genere troppo spesso monotono.