Campionato di Formula 1 del 1976. Durante il Gran Premio di Germania corso nel circuito del Nurburgring, il pilota della Ferrari Niki Lauda, favorito alla vittoria del mondiale, subisce un grave incidente dal quale riesce miracolosamente a salvarsi ma che lo costringe a una difficile degenza. Durante la sua assenza il rivale James Hunt, a bordo della McLaren, recupera lo svantaggio accumulato puntando alla vittoria del titolo. Incredibilmente, dopo soli 42 giorni dall’incidente e con le ferite ancora sanguinanti, Lauda torna a correre per difendere il suo primato. I due contendenti danno così vita a un duello memorabile, deciso all’ultima gara del campionato per un solo punto di differenza.
Le mie aspettative per questa trasposizione cinematografica erano piuttosto basse. Ad alimentare il pessimismo il dubbio che una film prevalentemente made in USA (paese nel quale la Formula 1 non gode di enorme credito) potesse cogliere lo spirito dell’evento. Ma anche la scelta di affidare il progetto a Ron Howard, un regista i cui “happy days” pensavo fossero terminati per sempre con le due scarsissime trasposizioni dei romanzi di Dan Brown. Invece sorpresa totale perché Rush è un film pienamente riuscito. Questo grazie a una serie di elementi azzeccati, che il fu Richie Cunningham è riuscito, contro il mio pronostico, ad amalgamare con maestria.
Lo zoccolo dell’opera è la bella sceneggiatura di Peter Morgan che dopo Frost/Nixon, scritto sempre per Ron Howard, torna a raccontare con la medesima intensità narrativa un altro duello, spostando questa volta il campo di battaglia sui circuiti di Formula 1. Al suo centro, infatti, c’è la rivalità tra due atleti, separati da personalità diametralmente opposte ma uniti dalla stessa determinazione nell’inseguire il successo. Rivalità che trova la propria morale nel significato stesso della vittoria e su quanto questa possa richiedere sacrifici umani non sempre giustificabili.
Solido ed equilibrato, lo script attinge con scrupolo ai fatti realmente accaduti, romanzandoli quanto basta a dare al tutto maggiore godibilità. Tra queste “libertà artistiche” il ritratto dei contrastanti profili psicologici dei due piloti che vengono inaspriti fino a tramutare i personaggi in autentici archetipi costretti in un perenne conflitto. Rivalsa, rabbia, dolore e tenacia accompagnano i duellanti in una battaglia che si percepibile per tutta la pellicola, dalle occhiatacce delle prime inquadrature alle cicatrici indelebili mostrate nelle ultime.
A compensare eventuali mancanze nella sceneggiatura ci pensano le ottime interpretazioni dei due attori protagonisti. Daniel Brühl, indimenticato soldato Zoller di Bastardi senza gloria, si cala nei panni di Niki Lauda sfoggiando una gestualità e un’espressività quasi inquietanti che trasmettono alla perfezione la pedanteria e la scontrosità del proprio personaggio. Bravo anche Chris Hemsworth che si presta alla spacconeria di James Hunt recuperando l’ormai rodata interpretazione di Thor e arricchendola a sorpresa con inedite gradazioni di espressività.
Contribuiscono alla riuscita del film le musiche di Hans Zimmer che accompagnano le immagini con discrezione ma, come al solito, con grande efficacia, nonché la fotografia di Anthony Dod Mantle le cui tonalità pallide rimandano agli anni della vicenda.
Un gran bel materiale che Ron Howard elabora con coerenza, mostrandosi disinteressato ai tecnicismi sportivi, ma invece attento ai risvolti umani della vicenda. Se la sua regia moderata e priva di particolari slanci non esalta troppo la materia prima a sua disposizione, riesce comunque a cogliere lo spirito di una grande sfida. Nel complesso non un capolavoro assoluto, ma sicuramente un film al quale è impossibile non appassionarsi.


















