Paolo Sorrentino è uno dei registi italiani più interessanti
del momento. Con il suo stile “cosmopolita” ha realizzato film innovativi per
il nostro cinema (Il Divo, Le conseguenze dell’amore,...) portando aria fresca
in un ambiente che purtroppo sa spesso di stantio. Assodato il proprio talento
in patria, si propone al pubblico mondiale con una produzione internazionale
che lo vede collaborare con una star del calibro di Sean Penn.
“This must be the place”, scritto
dallo stesso regista, vede come protagonista Cheyenne (Sean Penn), una rockstar
in pensione che dopo anni di inattività si trucca ancora con rossetto e cerone.
Annoiato e depresso trascorre le proprie ripetitive giornate senza allontanarsi
troppo dalla lussuosa villa di Dublino in cui vive con la moglie (Frances
McDormand). La morte del padre, con cui non aveva rapporti da anni, lo riporta
a New York dove conosce Mordecai Midler (Judd Hirsch), un ebreo “cacciatore di
Nazisti”, che gli rivela che il defunto genitore era impegnato nella maniacale
ricerca del criminale Nazista colpevole di averlo umiliato in un campo di
concentramento. Cheyenne, spinto da nuove motivazioni, parte per un viaggio che
lo vedrà attraversare gli Stati Uniti nel tentativo di concludere la missione
del padre.
Per questa avventura oltre i
confini, Sorrentino, si confronta con un soggetto originale e alquanto ambizioso.
Rimanendo fedelissimo alle proprie qualità espressive, scrive e dirige un film (troppo)
complesso che mescola generi e tematiche tentando di trovare una propria
identità.
Il punto di forza della pellicola
è il bel personaggio nel quale Penn si infila alla perfezione. Un personaggio
quasi grottesco ma molto umano in cui convivono il dramma per una vita ormai
vuota, fatta di nostalgia e rimpianti, ma anche la comicità, con la sua
apparente ingenuità e la sua goffaggine. Del suo passato conosciamo poco perché
al centro della storia troviamo il suo viaggio, ufficialmente alla ricerca del
persecutore di suo padre, ma in realtà (come vuole tradizione) alla ricerca di
se stesso. Il percorso è ricco di incontri con vari personaggi, tutti ben
definiti, da ognuno dei quali Cheyenne prende o lascia qualcosa. Così tra
siparietti comici e momenti tristi, la fine del percorso vede arrivare un
“nuovo” Cheyenne.
Il lato ironico funziona piuttosto
bene, purtroppo quello drammatico funziona meno. Gli episodi e le sottotrame
sono tante e per dare spazio a tutto ne viene dato poco a ognuno. Sorrentino è
molto bravo nel sintetizzare i fatti in poche scene (vedere Il Divo), che questa
volta però, risultano spesso troppo complicate e ricercate. Il risultato è che
non ci si appassiona facilmente e si rischia di annoiarsi.
Dal punto di vista tecnico il
film si dimostra di alto livello. Grande cast, oltre al già citato Penn, ottime
interpretazioni per la McDormand e Hirsch. Belle le musiche che accompagnano
tutto il film, curate da David Byrne, che appare anche come attore. Bravo
Sorrentino nel creare, grazie anche a una fotografia particolarmente colorata, delle
inquadrature esteticamente notevoli.
“This must be the palce” è nel
complesso un buon film, sicuramente interessante e originale ma che purtroppo non
colpisce in profondità come avrebbe potuto fare.
In ogni caso complimenti a Sorrentino
che porta fieramente la bandiera dell’Italia in giro per il mondo.




Nessun commento:
Posta un commento