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mercoledì 6 marzo 2013

Django Unchained - Recensione

“La D è muta, bifolco!”






Quentin Tarantino e lo spaghetti-western, un incontro preannunciato. Dopo averne utilizzato le tematiche fin dai suoi primi film (Le iene, Pulp Fiction) e in seguito averne più esplicitamente citato i caratteri (Kill Bill, Bastardi Senza Gloria) il regista pulp si confronta direttamente con il genere cinematografico che ha sempre dichiarato di amare. Ma il western che realizza è distante da quelli dei suoi idoli Leone e Corbucci. Perché Tarantino è un autore, e gli autori non copiano ma omaggiano. Isolati i canoni tradizionali del genere, Tarantino li rimaneggia e li piega al suo inconfondibile stile e a quella personale idea di cinema che lo ha reso uno dei registi più apprezzati e riconosciuti dal pubblico. Fiumi di parole che creano una tensione palpabile repentinamente spezzata da guizzi di raffinata ironia e scatti di impetuosa violenza. Questo è Tarantino e questo è Django Unchained. Ma mai come in tale opera le sue grandi doti di narratore, oltre che al servizio del puro divertimento, vengono messe anche a disposizione del contenuto. Ambientato nel Sud degli Stati Uniti 2 anni prima della Guerra Civile, il film affronta una delle pagine più vergognose della storia americana, la schiavitù.





L’inclinazione di Tarantino alla citazione si manifesta già dalla scelta del suo protagonista. Ma le similitudini con il personaggio portato per la prima volta sullo schermo nel 1966 da Franco Nero, si limitano al nome, e magari a una certa attitudine per la vendetta. Il Django tarantiniano (Jamie Foxx) è uno schiavo di colore venduto per aver sfidato il padrone sposando la propria donna. La sua strada si incrocia con quella del dottor King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie di origini tedesche, che lo libera in cambio della sua collaborazione nella cattura dei fuorilegge fratelli Brittle. Django diventa anch’egli un cacciatore di taglie e insieme al suo mentore girano il sud dando la caccia ai criminali più ricercati. Ma la strana coppia ha anche un altro obbiettivo, ritrovare Broomhilda (Kerry Washington) la moglie di Django venduta anch’essa come schiava. La loro ricerca li condurrà a Candyland, una piantagione di cotone nota per la durezza con cui vengono trattati gli schiavi. Per liberare Broomhilda, Django e Shultz dovranno vedersela con la brutalità del suo padrone Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) e del suo fedele servo Stephen (Samuel L. Jackson).













Django Unchained racconta una storia cinematograficamente impeccabile. Ascesa, discesa e resurrezione (con tanto di vendetta) di un eroe mosso dall’amore per una donna, come nella favola germanica di Sigfrido e Brunilde citata come simbolo della missione del protagonista. A dominare tutta la pellicola è la violenza, da sempre elemento chiave nelle storie del regista. Amplificandone le crudeltà e contaminandolo con la cultura pop, Tarantino costruisce un far west quasi fumettistico governato dall’ingiustizia e dall’ignoranza. Ma da questo mondo fittizio emerge in maniera estremamente reale e toccante tutta la sofferenza delle sue vittime. Qui si muovono personaggi irresistibilmente strambi ma epici. Un loquace dentista tedesco adattatosi cacciatore di taglie, uno schiavo remissivo diventato sicario nonché rivoluzionario e un arrogante latifondista negriero, indifferente al dolore ma sensibile ai soldi e al potere. Ma così come non tutti i bianchi sono aguzzini, non tutti i neri sono santi. Ecco allora che Tarantino tira fuori un ulteriore brillante personaggio, quello dello schiavo collaborazionista, un individuo subdolo attento a preservare con ogni mezzo i privilegi raggiunti dimostrando che la crudeltà è insita nell’animo umano al di là della classe sociale o del colore della pelle.












E’ difficile resistere alla tentazione di fare paragoni con i precedenti lavori di Tarantino, in particolare con quella perla che è Bastardi senza Gloria e che, come Django Unchained, offre una geniale rilettura della storia. Innanzitutto, va detto che la sceneggiatura di Django, pur essendo molto appassionante, non eguaglia quella del suo predecessore. La brillantezza dei dialoghi e l’imprevedibilità negli sviluppi dello script di Bastardi sarà difficile da eguagliare. Tuttavia il western tarantiniano ha altri colpi in canna, come la capacità di lasciare un messaggio (se non addirittura abbozzare una morale), elemento invece più rarefatto in un film come Bastardi maggiormente orientato al puro divertimento. I personaggi poi risultano più approfonditi e la soppressione dell’usuale divisione in capitoli dona al tutto maggiore fluidità. C’è inoltre un importante fattore di cui Django si avvale e cioè il sentimento. Già perché era dai tempi di Kill Bill che Tarantino non realizzava un film così emotivamente coinvolgente. Come in tutte le sue pellicole, il buon Quentin torna a dare sfogo a quelle sue fisime divenute ormai un marchio di fabbrica, come le zoomate sui volti dei protagonisti e le fluenti emissioni di plasma. Scarseggiano a sorpresa i tanto amati piedi nudi femminili, elemento fetish però rimpiazzato dall’evitabile scroto all’aria di un Jamie Foxx appeso a testa in giù.










L’arte di Tarantino si manifesta anche nella sapiente associazione tra immagini e musica. La colonna sonora è ancora una volta strepitosa. Un mix di brani pop e soundtrack di vecchi film western tra i quali spiccano l’inedito “Ancora qui”, cantato da Elisa e composto per l’occasione dal maestro Morricone (era ora che accontentasse Tarantino con un pezzo originale), e il leggendario tema di Trinità, un colpo basso capace di far sciogliere il cuore di ogni cinefilo italiano. Altro punto di forza del film sono gli attori. Jamie Foxx è assolutamente impeccabile, Christoph Waltz è ormai un perfetto interprete dei ruoli di Tarantino e Leonardo DiCaprio, per la prima volta nei panni di un villain, convince a pieno. Bravissima Kerry Washington anche se purtroppo riceve poco spazio. Una menzione speciale va però a Samuel L. Jackson che con un’interpretazione di grande qualità da vita a un personaggio da antologia.






In conclusione, Django Unchained è un esempio di grande
cinema.
Un cinema divertente, intelligente, esaltante, riflessivo, ma
soprattutto sorprendente (caratteristica non molto comune). Tarantino si
conferma ancora una volta un grandissimo regista e un altrettanto grande
scrittore. Lasciandosi guidare ciecamente dai propri gusti artistici e senza
mai piegarsi agli schemi hollywoodiani confeziona l’ennesimo gioiello. Poco
importa se la scioccante originalità dei suoi esordi sembra lontana.



















mercoledì 23 gennaio 2013

J. Edgar Versus Il Divo




Cari fedeli cinefili, è con colpevole ritardo che giungiamo finalmente al primo appuntamento con la nostra nuova rubrica “Versus”. Come avrete intuito dal titolo, questo spazio sarà tutto dedicato al confronto, o meglio al duello mortale, tra due o più soggetti appartenenti al mondo del cinema.





In questa nostra simbolica arena potranno entrare film, personaggi, attori e registi. Noi li raffronteremo, ne indagheremo le caratteristiche, ne approfondiremo pro e contro, insomma li metteremo faccia a faccia in una lotta all’ultimo sangue che terminerà con un solo trionfatore. Forse vi state chiedendo perché tutto ciò? La risposta è semplice: perché paghiamo il biglietto, e chi paga si sa vuole l’anima.





La concezione di questa rubrica avvenne all’uscita di un cinematografo in una gelida notte dell’inverno scorso. Lo spettacolo della serata fu il dramma storico-biografico J. Edgar, un film tosto, di quelli quadrati. Tuttavia, complice l’ora tarda, i 140 minuti della pellicola e il suo ritmo non certo travolgente mi condussero in un profondo stato di trance. Fu durante questa fase che ebbi una visione: un’inquietante figura con il volto trafitto da aghi mi rammentò che un biopic su un personaggio storico non deve necessariamente essere un mattone dal coefficiente di intrattenimento pari a quello di un tomo di storia. La figura in oggetto era il 7 volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, soprannominato Il Divo.





Considerato l’aneddoto, il nostro primo scontro non poteva che essere dedicato ai suoi due protagonisti. Una sfida tra pesi massimi combattuta sul difficile terreno del biopic e che custodisce al suo interno un conflitto più profondo, quello cioè tra la tradizione e l’innovazione. Ma presentiamo meglio i nostri contendenti.










All’angolo destro J. Edgar, pellicola del 2011 del regista dagli occhi di ghiaccio Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts e Armie Hammer. Al centro della scena John Edgar Hoover, ferreo capo dell’FBI dal 1924 al 1972. Personaggio discusso sia per i suoi presunti abusi di potere che per la sua altrettanto presunta omosessualità. Il film segue la vita di Hoover dai primi passi nel bureau fino alla morte, un percorso inevitabilmente collegato ai principali avvenimenti della recente storia degli Stati Uniti.







All’angolo sinistro Il Divo, film del 2008 del nostro orgoglio nazionale Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Buccirosso e Anna Bonaiuto. Un’opera tutta dedicata a Giulio Andreotti, un nome al quale non servono chiarimenti. Tralasciando spesso la cronaca dei fatti a favore della riflessione sulla natura del potere, il film racconta l’arco temporale relativamente breve che va dall’ultima elezione del politico alla presidenza del consiglio fino ai processi per mafia.





Le due pellicole sono decisamente diverse tra loro pur essendo entrambe dominate da imponenti figure di potere le quali nei rispettivi paesi hanno fatto il bello e il cattivo tempo per un bel pezzo di storia. La differenza sostanziale sta nell’approccio scelto per la narrazione. Se il buon Clint, restando fedele alla sua filmografia, decide di raccontare la sua storia percorrendo la via del realismo, il nostro Sorrentino fa la scelta opposta spostandosi sul piano del surreale.







Con uno stile elegante e sobrio J. Edgar ci porta efficacemente nella realtà americana del 900. La narrazione delle tappe della vita di Hoover è chiara e ben cadenzata, l’esposizione degli avvenimenti storici accurata e la ricostruzione delle scenografie dell’epoca splendida. Tuttavia J. Edgar soffre di una diffusa forma di piattezza. Per tutta la sua durata avanza in prima con un’inesorabile e a tratti scoraggiante costanza. Unica trasgressione a questa rigida compostezza è la struttura a flashback, non certo originalissima, ma capace di portare un pò di vivacità. Un’opera sicuramente interessante, e a tratti anche intensa, la cui visione però offre allo spettatore rarissimi momenti di sano “sollazzo”.









Contrariamente, Il Divo è un film estremamente frizzante che mescola sapientemente l’ironia con la tragedia. Senza temere di finire nel grottesco, Sorrentino ci mostra Andreotti come un villain cinematografico. Un personaggio austero, sempre pronto a dispensare battute taglienti e in grado di trasmettere timore reverenziale a chi gli sta intorno. Gli accostamenti a cattivi celebri non mancano: il viso infilzato alla Pinhead per via dell’agopuntura, l’aggirarsi furtivo nella penombra della propria casa come Nonsferatu, il farsi fare la barba circondato dagli scagnozzi alla maniera dell’Al Capone filmico. Traboccando idee originali, gusto artistico e bella musica, Il Divo riesce a raccontare in maniera molto gradevole un triste spaccato del nostro paese fatto di inciuci politici, stragi di mafia e cospirazioni massoniche.











Va detto però che nessuno dei due film riesce a sviscerare fino in fondo il proprio protagonista. Eastwood rompe la scorza dura di Hoover per cercarne il lato più umano, quello fragile e tormentato. Ma l’approfondimento della sua complessa personalità viene spesso sacrificato per dare spazio a ripetitive dimostrazioni della sua natura omosessuale e delle sue fisime anti-comuniste, rischiando così di far apparire il capo dell’FBI come in un tipetto ottuso e bizzarro che vede comunisti ovunque.







L’Andreotti di Sorrentino altri non è che un fantasioso simulacro del vero Divo, un rimpiazzo necessario a mostrare come la realtà possa coincidere con la fantasia. Eppure da questo ritratto inverosimile emergono qua e là spiragli di umanità. Soprattutto grazie alle scene con la moglie Livia, affiorano i sacrifici di una vita dedicata al potere e disseminata di scelte difficili. Quindi se l’Hoover “umano” appare quasi come una macchietta, L’Andreotti “simulacro” finisce per trasmettere la stessa umana drammaticità del suo contendente.







A compromettere definitivamente l’andamento del match per J. Edgar è la sua durata di ben due ore e venti, un minutaggio esagerato se paragonato al contenuto trasmesso. Il film si perde spesso in approfondimenti non necessari come ad esempio la minuziosa ricostruzione del rapimento Lindbergh. Il Divo con i suoi 110 minuti è invece un film fluido che senza mai dilungarsi raggiunge il suo obbiettivo con poche mosse ben calibrate. Passateci l’espressione, ma Il Divo rispetto a J. Edgar trasmette il proprio messaggio a un “costo” decisamente minore.







Ormai la piega presa dall'incontro è piuttosto evidente, non ci resta quindi che contare formalmente i punti e decretare il verdetto finale. Secondo le nostre valutazioni a meritare la vittoria di questo match è Il Divo che con le sue doti di intrattenimento, freschezza e sintesi sbaraglia un robusto ma senile J. Edgar. Ad avere la meglio è stata quindi l’innovazione, la creatività e il coraggio della sperimentazione. E se vogliamo anche il cinema italiano.





Pertanto onore a Paolo Sorrentino, un regista che negli ultimi anni ha contribuito a restituire prestigio al nostro cinema, in patria e all’estero. Rammarico, invece, per la sconfitta di un mito come Clint Eastwood il quale, pur non provenendo da un periodo positivo, ha realizzato un film in ogni modo apprezzabile. Purtroppo non potrà aggiungere al suo palmares il riconoscimento di Versus, ma sono sicuro che se ne farà un ragione. Questa è la nostra umile opinione senza gloria. Non mancate di farci sapere la vostra.




mercoledì 13 giugno 2012

Il trailer di Django Unchained!








Già nel 2007 durante un'intervista, Quentin Tarantino dichiarò l'idea di sviluppare un film ambientato nel profondo Sud degli Stati Uniti e basato sul genere spaghetti western. Un film che avrebbe parlato della schiavitù, capitolo non certo lusinghiero nella storia dell'America. 





Django (Jamie Foxx) è uno schiavo che viene liberato dai suoi padroni grazie al dottor King Schultz (Christoph Waltz), un dentista tedesco diventato un eccellente cacciatore di taglie (da notare il dente enorme sopra la sua carrozza).





Schultz sta cercando una coppia di fratelli assassini, i Brittle, e ha bisogno di Django perchè li ha visti in faccia. Dopo averlo convinto con la promessa di liberarlo, si mettono alla loro ricerca e, portata a termine la missione, Django decide che è giunto il momento di ritrovare e liberare sua moglie Broomhilda (Kerry Washington), che non vede più da quando era stata venduta al mercato degli schiavi anni addietro. 





Aiutato da Schultz, l'uomo riesce a rintracciare la moglie che si trova a Candyland, una famigerata piantagione gestita da Calvin Candie (Leonardo di Caprio). Dovranno vedersela con Calvin e la sua banda di schiavisti senza scrupoli per poter liberare l'amata. 





Oltre ai citati protagonisti troviamo nel cast Samuel L. Jackson, Don Johnson, Gerald McRaney, Tom Savini, e anche il nostro Franco Nero, il Django originale. 





Bisognerà attendere ancora molto per l'uscita nelle sale italiane di "Django Unchained", che a meno di eventuali ritocchi, sarà il prossimo 4 gennaio 2013





domenica 29 aprile 2012

Prime foto ufficiali per Django Unchained.








L’ultima creatura di Quentin Tarantino sta prendendo forma. Sono state finalmente pubblicate 2 stupende foto ufficiali di Django Unchained in cui possiamo dare una prima occhiata ai tre protagonisti dello spaghetti-western Made in Tarantino. Nella prima immagine troviamo i cosiddetti buoni, che presumibilmente non saranno così buoni. Si tratta del Dr. King Schultz (Christoph Waltz), un dentista tedesco nonché cacciatore di taglie e di Django (Jamie Foxx), uno schiavo liberato che vuole salvare la moglie ancora in schiavitù. Nella ricerca i due alleati dovranno vedersela con un temibile villain che si presenta minaccioso nell'altra foto.






























































Si tratta di Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), crudele proprietario di Candyland, una piantagione dove gli schiavi vengono costretti a combattere tra loro. Da questa immagine l'attore, per la prima volta nei panni di un villain, mi ricorda un altro grandissimo antagonista, ovvero Bill Cutting “Il Macellaio” di Gangs of New York. L’interesse cresce fortemente, tuttavia i fan Tarantino conoscono l’inutilità di paragoni anticipati. Una delle migliori caratteristiche del regista è la capacità di sorprendere, la totale imprevedibilità. Unica certezza è l’alta qualità!







Django Unchained uscirà a Natale negli States, il 4 Gennaio 2013 in Italia.








mercoledì 21 settembre 2011

Il trailer di J. Edgar di Clint Eastwood







E’ on-line il trailer di "J. Edgar", ultimo lavoro di Clint Eastwood. Il film è un biopic su J. Edgar Hoover, discusso capo dell’FBI dal 1935 (data della fondazione dell’ente) fino alla sua morte avvenuta nel 1972. Nel cast, oltre a Leonardo DiCaprio nel ruolo di Hoover, troviamo Naomi Watts, Judy Dench e Armie Hammer. Dal trailer, quello che incuriosisce di più sembra essere proprio l’interpretazione di DiCaprio.







Personalmente preferisco il Clint Eastwood “personaggio” al Clint Eastwood regista. Dopo l’ineccepibile Gran Torino, i suoi ultimi lavori sono stati deludenti: fiacco Invictus nonostante il grande potenziale, e quasi insulso Hereafter. Con questo film riuscirà a riscattarsi?