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lunedì 25 marzo 2013

Casinò cinematografici, casinò reali


















Era il 1995 quando usciva per la regia di Martin Scorsese "Casinò", film capolavoro che completava la cosiddetta trilogia di mafia del regista newyorkese, iniziata nel 1973 con "Main Street" e proseguita, nel 1990, con "Quei bravi ragazzi". Un film che Scorsese, in realtà, neanche voleva fare, perché alle prese con altri progetti, e che invece portò avanti per volere della casa di produzione. Una vera fortuna considerato che la pellicola ottenne l’apprezzamento del pubblico e della critica e divenne un cult per gli amanti del genere. 



Scorsese fu infatti candidato
come miglior regista ai
Golden Globe, riconoscimento, per lo stesso film, vinto
nella categoria "migliore attrice protagonista" da
Sharon Stone, candidata pure
all’
Oscar. Dante Ferretti fu invece
premiato con il
Nastro d’Argento
per le scenografie, che l’italiano aveva voluto coloratissime e kitch, per
richiamare un po’ il mondo di eccessi incarnato da Las Vegas. La sceneggiatura,
come per "Quei bravi ragazzi", è frutto di una collaborazione tra Scorsese e
Nicholas Pileggi, noto romanziere di thriller e libri legati al mondo della
mafia.










Alla base della trama c’è, infatti, il libro "Casinò: Love and Honour in Las Vegas" scritto da Pileggi, sebbene lo scrittore aveva pensato un intreccio più sentimentale, nel film sfumato a favore di una maggiore indagine condotta sul mondo non sempre pulito che, almeno negli anni Ottanta e Novanta, circondava le attività legata al gioco d’azzardo. La pellicola segue la storia di tre personaggi arrivisti ed egoisti, disposti a tutto per raggiungere i propri obiettivi, anche a passare sopra rapporti matrimoniali e d’amicizia: Sam Rothstein detto Asso, incaricato dalla famiglia Gaggi di dirigere il casinò Tangers; sua moglie Ginger McKenna; e il loro amico Nichy Santoro, aiuto di Asso nella gestione degli affari. Una miscela esplosiva che tra raggiri ed inganni porterà tutti i protagonisti nel baratro, provocandone la definitiva sconfitta.








Il film racconta bene il comune immaginario legato al mondo dei casinò,
e questo spiega il sempre poco entusiasmo con il quale l’edificazione di una
casa da gioco è appresa dalla popolazione. Il successo riscosso negli ultimi
anni da giochi come  il poker e il
blackjack, ha incrementato la diffusione del gioco d’azzardo e in Italia, solo
di recente, per esempio, il Comune di Taormina è stato inpressing per un casinò; proposta poco avanzata anche per Trieste,
Trapani e San Pellegrino Terme. Tutte idee cadute nel vuoto, anche perché
costruire un casinò richiede grandi investimenti, e in Italia non sembrano
avere grande successo quelli già esistenti. A fronte dei grandi debiti
contratti, il Casino di Venezia è in corso di privatizzazione, mentre per
ripianare il buco di bilancio di quello sanremese c’è voluto un piano da 7
milioni di euro.





mercoledì 29 febbraio 2012

Hugo Cabret - Recensione




Poter osservare un grande regista confrontarsi con un genere nuovo è un’occasione interessante. Se il regista poi si chiama Martin
Scorsese
l’occasione diventa un evento. Con questo attesissimo Hugo Cabret, colui
che ci ha sapientemente mostrato il lato oscuro dell’animo umano raccontandoci storie
violente di ossessioni e potere si cimenta in una favola per ragazzi adattando
il romanzo del 2007 “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian
Selznick
.






Parigi, 1931. Hugo (Asa Butterfield) è un piccolo orfano che vive nascosto nella stazione ferroviaria di Montparnasse. Dal padre orologiaio ha ereditato la passione per la meccanica e un automa umanoide ritrovato in un museo che se riparato sembra essere capace di scrivere un messaggio. Attento a non farsi scoprire dal duro capostazione (Sacha Baron Cohen), il ragazzo impegna le sue giornate occupandosi degli orologi della stazione e rubacchiando attrezzi e ingranaggi necessari ad aggiustare il misterioso macchinario. Ma un anziano e austero giocattolaio (Ben Kingsley), dopo averlo scoperto a rubare nel suo chiosco, cerca di ostacolare Hugo nel suo proposito. Ma chi è veramente l’uomo? E perché non vuole che l’automa torni a funzionare? Con l’aiuto della figlioccia del giocattolaio Isabelle (Chloe Moretz), Hugo cercherà di risolvere il mistero.











E’ raro che un maestro come Martin Scorsese racconti una storia per il semplice gusto della narrazione (anche se non c’è nulla di male a riguardo, vedere Shutter Island). La scelta del libro di Selznick non è infatti un caso dato che il misterioso giocattolaio altri non è che Georges Méliès, pioniere del cinema finito in rovina e divenuto bottegaio. Grazie alla presenza di questo emblema del cinema Scorsese mescola alla fiaba un raffinato omaggio alla settima arte.









Il risultato è un film affascinante e di grande impatto visivo ma che pecca sul piano narrativo. A deludere è purtroppo l’aspetto apparentemente più semplice ovvero la storia del piccolo Hugo che viene raccontata in maniera semplice e artificiosa. I vari personaggi sono piuttosto superficiali (molti di loro hanno un ruolo indefinito) e i dialoghi sembrano quelli di un libricino illustrato per bambini. Ma quando si inizia a temere il peggio Scorsese aggiusta la mira per concentrarsi sul vecchio Méliès. La perplessità lascia il posto allo stupore in un’emozionante cavalcata attraverso la vita dell’artista ma soprattutto attraverso la storia del cinema. Il film trova ritmo, sentimento e quel senso di magia tipico del cinema ai suoi albori.










A far guadagnare punti al film è la sua perfezione tecnica. Scorsese da sfoggio delle sue abilità, ogni fotogramma è un piccolo quadro, ogni sequenza è girata in maniera sorprendente. Ottime come sempre le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, ma anche i costumi, le musiche e la fotografia. Tutto contribuisce alla costruzione di un mondo fantastico dove i dettagli storici incontrano gli elementi fiabeschi, dove il colore dominante è l’oro, lo stesso dei 5 Oscar tecnici portati a casa. A funzionare è persino il 3D (sembra strano dirlo) che aggiunge piacevole profondità alle immagini senza scurirle. Sulla sua necessità o meno si potrebbe aprire un dibattito ma almeno siamo lontani dalla solita truffa.





Hugo Cabret è un film in cui la cinefilia prevale sul racconto compensandone ampiamente i difetti. Sebbene qualche accortezza in più lo avrebbe reso un vero capolavoro rimane un ottimo spettacolo in grado di stupire grandi e piccoli, forse soprattutto i grandi.


















domenica 14 agosto 2011

Gangs of New York - Recensione speciale







"In apparenza la legge va sempre rispettata, soprattutto quando viene infranta!"






Questa frase, pronunciata da uno dei protagonisti, raffigura in maniera lapidaria lo spaccato di storia in cui si svolge il film di Martin Scorsese: un affresco dell'America di primo ottocento dove violenza e brutalità erano all'ordine del giorno, una terra di frontiera dove i "nativi americani" tentavano in tutti i modi di respingere gli immigrati per mantenere una sorta di “purezza” nazionale. 







La trama: Amsterdam (Leonardo Di Caprio) esce dalla prigione dopo che, da bambino, ha assistito all'uccisione del padre da parte di Bill Cutting il Macellaio (Daniel Day-Lewis) durante uno scontro tra bande rivali, i Nativi e i Conigli Morti. Il giovane inizia a fare la conoscenza del suo nemico e si finge suo alleato, unendosi alla banda e diventando ben presto il suo braccio destro. Il suo reale proposito rimane sempre uno: vendicarsi di chi ha ucciso suo padre. Ciò nonostante se il Macellaio è ancora vivo dopo numerose battaglie ci sarà pure un motivo.... 










Realizzato quasi interamente a Cinecittà, "Gangs of New York" è un omaggio a chi con il proprio sangue ha costruito questa metropoli che in quel periodo non era il paradiso, ma un vero e proprio girone infernale. 











Martin Scorsese realizza uno dei suoi film più violenti e duri in assoluto, mettendo in scena senza risparmio di sangue la realtà di un paese che ha costruito la propria forza e unione con la ribellione, con il sangue: un paese, l'America, multirazziale fin dai suoi albori. 












Bellissimo l’inizio: il primo quarto d'ora, tutta la battaglia fino all'uccisione di Padre Vallon-Liam Neeson (difficilmente il buon Liam arriva incolume alla fine di un film ma è proprio per questo che ci piace, quando interpreta piccole parti dà il meglio di sé), ti lascia senza fiato per la potenza delle immagini. 














Lo scontro tra le due bande in realtà è un ottimo espediente del regista per presentare tutta una serie di personaggi che poi si svilupperanno nel corso della storia del film, che tratta di una semplice vendetta, ma che in realtà acquista uno spessore più complesso. Infatti il Macellaio, mettendo sotto la sua ala protettrice il giovane Amsterdam, mostra una tale stima nei suoi confronti per cui non può fare a meno di rivelargli il rimpianto che non possa essere suo figlio (che non ha mai avuto). Tuttavia l'odio per la mano che ha ucciso il padre, la consapevolezza "Che il sangue resta sulla lama" spingeranno il tutto verso un nuovo scontro tra le due bande ricostituite. 








Il film fortunatamente non viene trasformato nella solita americanata, sembra un dramma d'altri tempi, in cui la storia è fatta dagli uomini e dalle loro azioni, giuste o sbagliate che siano. Di "Gangs of New York" rimarranno nella memoria i lunghi e lenti dialoghi tra i protagonisti, fatti di pause, di gesti, di parole. Molto buona la prova di Leonardo Di Caprio come Amsterdam anche se ancora non riesce a scrollarsi l’ ombra del “Jack” di Titanic. 












Vale la pena soffermarci su un magnifico Macellaio-Daniel Day Lewis, il quale non aveva bisogno di dimostrare il suo valore come attore, ma che con quest'interpretazione ci dimostra ancora una volta la sua attitudine ad interpretazioni da oscar. Magnifica la scena in cui racconta la sua vita al giovane Di Caprio avvolto nella bandiera americana; racchiude in sè tutta l'essenza della recitazione, provocando emozioni che soltanto un grande artista riesce a esprimere. 





Molto interessante rimarcare un altro pezzo forte della pellicola: la ricostruzione dei fatti narrata anche attraverso i giornali, i manifesti e le litografie del tempo che riesce a descrivere ancor meglio il drammatico periodo storico in cui si svolge la narrazione di Scorsese. 





Il film scorre senza quasi annoiare, nonostante le quasi tre ore di lunghezza, trovando forse l'unico punto debole nell'inutile storia d'amore tra Di Caprio e la Diaz (impalpabile la sua presenza), che fortunatamente non viene approfondita. Il finale, volutamente confuso e caotico, smarrisce lo spettatore, che si perde nella violenza inaudita di una città in rivolta messa a ferro e fuoco. Toccante l’immagine conclusiva, dove mostra la tomba di padre Vallon accanto a quella del suo nemico Bill e sullo sfondo il panorama di New York che scorre veloce fino ai nostri giorni. Le parole di Amsterdam a Jenny nel finale, “Nessuno si ricorderà più di noi”, hanno un senso che va oltre la storia americana, e accomuna il corso degli eventi di tutti i popoli: il sangue dei padri viene dimenticato senza che se ne tragga lezione







Un film molto sottovalutato dalla critica, a mio modesto parere una delle migliori opere di Scorsese.