
Quando usci’ in italia nel febbraio 2010, questo film non ha riscosso molto successo anzi è stato letteralmente massacrato dalla critica e, in termini d’incassi, è stato un clamoroso flop. Parliamo di “Wolfman”, remake del famoso “L’uomo lupo” datato 1941 e diretto da George Waggner.
La storia si svolge nell’ Inghilterra di fine ‘800. Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) è un famoso attore a livello internazionale e si trova a Londra per una tournèe teatrale. Inaspettatamente riceve la visita di Gwen Conliffe (Emily Blunt), fidanzata di suo fratello Ben, la quale chiede il suo aiuto per riuscire a scoprire la sorte dell’amato, scomparso ormai da diversi giorni. Lawrence decide così di ritornare a Talbot’Hall, dimora di famiglia e intrisa di tristi ricordi d’infanzia a causa della tragica morte della madre. Qui ritrova suo padre, Sir John Talbot (Anthony Hopkins) con il quale non ha mai avuto dei buoni rapporti. Indagando sulla morte del fratello, che sembra sia stato brutalmente ucciso da una misteriosa creatura, Lawrence viene morso dalla bestia che lo lascia in fin di vita. Purtroppo la ferita lo condanna a trasformarsi in un lupo mannaro ogni notte di luna piena, costringendolo fatalmente a spargere sangue ed essere braccato dalla polizia.
Inizio facendo una premessa: il progetto non ha avuto molta fortuna già dall’inizio, avendo alle spalle uno sviluppo lungo e travagliato, costellato da cambio di registi, sceneggiatori, scene ritoccate o girate più e più volte, che ha portato ad uno stravolgimento dell’intero film e al conseguente slittamento della sua uscita nelle sale.
Detto questo, “Wolfman” presenta una trama senza particolari colpi di scena (è un remake), eppure contiene tutti i giusti ingredienti del classico horror: sussulti di tensione che fanno rimanere attaccati alla poltrona, violenza, litri di sangue che schizzano ovunque, budella sparse per i boschi (la scena del licantropo che semina panico e morte nel campo dei zingari è da spasso). Il tutto scandito con un ritmo fluido e costante dall’inizio alla fine, senza noiosi tempi morti. Il regista Joe Johnston fa riscoprire fremiti di tensione che ormai credevamo persi da tempo, abituati oramai a pallide concezioni di come girare un film dell'orrore (Saw, Paranormal Activity e chi più ne ha più ne metta).
Da rimarcare il buon lavoro per la creazione dei costumi e un’ottima realizzazione delle location, all’altezza dell’autentica Londra di epoca vittoriana. Il film è concepito in un contesto estremamente cupo e dai tratti gotici, che ricordano non poco quelli presenti in molti film del più decantato Tim Burton. Pensate a “Il mistero di Sleepy Hollow” oppure ai suoi due film su Batman.
Per gestire un punto cruciale del film e cioè gli effetti speciali dell’uomo-lupo, Johnston è ricorso al maestro Rick Baker, premio Oscar per “Un lupo mannaro americano a Londra”. Quest’ultimo ha puntato su una versione simile a quella del film originale, con risultati non troppo convincenti. Se la trasformazione del viso risulta ben fatta, il resto del corpo invece trasmette una forte sensazione di artificiale quando Benicio è costretto a muoversi sulle due gambe, mentre risulta molto più realistico quando scorrazza in lungo ed in largo per la brughiera a quattro zampe. Il cast è composto da elementi di ottimo spessore a partire naturalmente da Benicio Del Toro. Quando impersona Lawrence riesce a far emergere la natura “nobile” del protagonista: elegante, di buone maniere, capace ancora di amare nonostante il suo orrendo passato lo perseguiti; viceversa mentre si trova nei panni del licantropo contribuisce agli effetti speciali di Baker con il suo sguardo profondo e le sue movenze “bestiali”.
La partecipazione di Anthony Hopkins è sempre sinonimo di qualità, soprattutto quando si trova a dover ricoprire ruoli non propriamente positivi come quello di John Talbot. Da tener presente l’ottima prova di Hugo Weaving, il quale interpreta Frederick George Aberline, ispettore di Scotland Yard vissuto realmente nell’800 e che seguì il caso di Jack Lo Squartatore. Infine c’è Emily Blunt, che a dispetto del consueto ruolo della damigella in pericolo raggiunge la sufficienza, se non altro per la sua bellezza. In conclusione nonostante i bassi incassi lo smentiscano considero “Wolfman” un buon film, degno erede dell’originale. Da non disdegnare se si è amanti dell’horror con la H maiuscola.
