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giovedì 19 aprile 2012

Wolfman - Recensione speciale





Quando usci’ in italia nel febbraio 2010, questo film non ha riscosso molto successo anzi è stato letteralmente massacrato dalla critica e, in termini d’incassi, è stato un clamoroso flop. Parliamo di “Wolfman”, remake del famoso “L’uomo lupo” datato 1941 e diretto da George Waggner







La storia si svolge nell’ Inghilterra di fine ‘800. Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) è un famoso attore a livello internazionale e si trova a Londra per una tournèe teatrale. Inaspettatamente riceve la visita di Gwen Conliffe (Emily Blunt), fidanzata di suo fratello Ben, la quale chiede il suo aiuto per riuscire a scoprire la sorte dell’amato, scomparso ormai da diversi giorni. Lawrence decide così di ritornare a Talbot’Hall, dimora di famiglia e intrisa di tristi ricordi d’infanzia a causa della tragica morte della madre. Qui ritrova suo padre, Sir John Talbot (Anthony Hopkins) con il quale non ha mai avuto dei buoni rapporti. Indagando sulla morte del fratello, che sembra sia stato brutalmente ucciso da una misteriosa creatura, Lawrence viene morso dalla bestia che lo lascia in fin di vita. Purtroppo la ferita lo condanna a trasformarsi in un lupo mannaro ogni notte di luna piena, costringendolo fatalmente a spargere sangue ed essere braccato dalla polizia. 





Inizio facendo una premessa: il progetto non ha avuto molta fortuna già dall’inizio, avendo alle spalle uno sviluppo lungo e travagliato, costellato da cambio di registi, sceneggiatori, scene ritoccate o girate più e più volte, che ha portato ad uno stravolgimento dell’intero film e al conseguente slittamento della sua uscita nelle sale. 







Detto questo, “Wolfman” presenta una trama senza particolari colpi di scena (è un remake), eppure contiene tutti i giusti ingredienti del classico horror: sussulti di tensione che fanno rimanere attaccati alla poltrona, violenza, litri di sangue che schizzano ovunque, budella sparse per i boschi (la scena del licantropo che semina panico e morte nel campo dei zingari è da spasso). Il tutto scandito con un ritmo fluido e costante dall’inizio alla fine, senza noiosi tempi morti. Il regista Joe Johnston fa riscoprire fremiti di tensione che ormai credevamo persi da tempo, abituati oramai a pallide concezioni di come girare un film dell'orrore (Saw, Paranormal Activity e chi più ne ha più ne metta). 





Da rimarcare il buon lavoro per la creazione dei costumi e un’ottima realizzazione delle location, all’altezza dell’autentica Londra di epoca vittoriana. Il film è concepito in un contesto estremamente cupo e dai tratti gotici, che ricordano non poco quelli presenti in molti film del più decantato Tim Burton. Pensate a “Il mistero di Sleepy Hollow” oppure ai suoi due film su Batman. 





Per gestire un punto cruciale del film e cioè gli effetti speciali dell’uomo-lupo, Johnston è ricorso al maestro Rick Baker, premio Oscar per “Un lupo mannaro americano a Londra”. Quest’ultimo ha puntato su una versione simile a quella del film originale, con risultati non troppo convincenti. Se la trasformazione del viso risulta ben fatta, il resto del corpo invece trasmette una forte sensazione di artificiale quando Benicio è costretto a muoversi sulle due gambe, mentre risulta molto più realistico quando scorrazza in lungo ed in largo per la brughiera a quattro zampe. 











Il cast è composto da elementi di ottimo spessore a partire naturalmente da Benicio Del Toro. Quando impersona Lawrence riesce a far emergere la natura “nobile” del protagonista: elegante, di buone maniere, capace ancora di amare nonostante il suo orrendo passato lo perseguiti; viceversa mentre si trova nei panni del licantropo contribuisce agli effetti speciali di Baker con il suo sguardo profondo e le sue movenze “bestiali”. 






La partecipazione di Anthony Hopkins è sempre sinonimo di qualità, soprattutto quando si trova a dover ricoprire ruoli non propriamente positivi come quello di John Talbot. Da tener presente l’ottima prova di Hugo Weaving, il quale interpreta Frederick George Aberline, ispettore di Scotland Yard vissuto realmente nell’800 e che seguì il caso di Jack Lo Squartatore. Infine c’è Emily Blunt, che a dispetto del consueto ruolo della damigella in pericolo raggiunge la sufficienza, se non altro per la sua bellezza. 





In conclusione nonostante i bassi incassi lo smentiscano considero “Wolfman” un buon film, degno erede dell’originale. Da non disdegnare se si è amanti dell’horror con la H maiuscola.














giovedì 28 luglio 2011

Captain America: Il Primo Vendicatore - Recensione




In casa Marvel, pur di battere cassa, si continua ormai da anni con una incontenibile e sistematica operazione di trasposizione cinematografica dei suoi personaggi. Questa volta a finire sbrigativamente sul grande schermo è il più patriottico dei suoi supereroi, ovvero Captain America. 






America anni 40. I muri sono tappezzati di manifesti che invitano i giovani ad arruolarsi. Il giovane e retto Steve Rogers (Chris Evans) nutre, come molti suoi coetanei, la voglia di prendere personalmente a calci Adolf Hitler. La sua costituzione eccessivamente esile gli nega però la possibilità di entrate nell’esercito. Compensando le sue mancanze fisiche con una grande determinazione, Rogers riprova ostinatamente fino a quando viene notato dal Professor Abraham Erskine (Stanley Tucci) che gli propone di sottoporsi a un esperimento scientifico capace di trasformarlo in un super-soldato. Trasformato così, oltre che in un possente guerriero, in un simbolo della lotta al male, il nostro eroe con l’aiuto del duro Colonnello Chester Phillips (Tommy Lee Jones) e della bella soldatessa Peggy Carter (Hayley Atwell), volerà in Europa per combattere i Nazisti. Ad aspettarlo troverà un nemico che gli darà il filo da torcere ovvero l’ambizioso e crudele Johann Schmidt, alias “Teschio Rosso”, (Hugo Weaving), un gerarca Nazista diventato potente grazie allo stesso trattamento scientifico a cui è stato sottoposto il nostro Captain America.














A dirigere il film è stato incaricato Joe Johnston, che ricordiamo per aver diretto il pessimo “Jurassic Park III” (“estinguendo” il ricco franchising dei dinosauri in pellicola con la stessa furia distruttiva con cui il meteorite distrusse quelli veri sulla Terra), ma anche per il recente “The Wolfman” (non molto amato ma secondo me sottovalutato). Johnston, sicuramente tenuto alla catena corta dalla produzione, ripercorre la storia del fumetto senza significativi adattamenti. Ma nonostante la vena creativa tappata, riesce, con una regia “di mestiere”, a regalarci uno spettacolo di discreto divertimento e di indubbia scorrevolezza.

















La prima metà del film si incentra sulla genesi del protagonista. In questa parte, la sceneggiatura da il meglio di se, aiutata anche dalla bella costruzione di una “fumettistica” America anni 40 che si presta a entrare in guerra sfoggiando tutto il suo spirito nazionalistico. Nella seconda parte, però, quando il nostro “Capitano” è finalmente pronto a entrare in guerra, il film si inceppa. L’azione, infatti,  è ridotta a una serie di filmati in stile “videoclip” in cui Captain America e la sua banda di fidati tirapiedi non fanno altro che sparare a tutto ciò che si muove. La storia avrebbe meritato la costruzione di battaglie un po’ più avvincenti. Anche il faccia a faccia finale con “Teschio Rosso” finisce per deludere, non rendendo giustizia alla fama dell’antagonista.














A dare punti al film è l’ottimo cast. Bravo Chris Evans nel rendere fede all’incorruttibilità del suo personaggio non facendo trasparire dal volto la minima traccia di malevolenza, nemmeno quando prende a randellate Teschio Rosso. Interpretazioni di gran classe per Tommy Lee Jones e Stanley Tucci. Perfetto Hugo Weaving che, non avendo molto tempo a disposizione per spiegare le proprie azioni con le parole, definisce il personaggio solo con la faccia.












Captain America, pur restando un film “senza infamia e senza lode”, può essere considerato uno dei migliori cinecomics Marvel degli ultimi tempi (questo la dice lunga sui suoi predecessori) .










Per una serata piacevole e spensierata tra amici va più che bene.