Quentin Tarantino e lo spaghetti-western, un incontro preannunciato. Dopo averne utilizzato le tematiche fin dai suoi primi film (Le iene, Pulp Fiction) e in seguito averne più esplicitamente citato i caratteri (Kill Bill, Bastardi Senza Gloria) il regista pulp si confronta direttamente con il genere cinematografico che ha sempre dichiarato di amare. Ma il western che realizza è distante da quelli dei suoi idoli Leone e Corbucci. Perché Tarantino è un autore, e gli autori non copiano ma omaggiano. Isolati i canoni tradizionali del genere, Tarantino li rimaneggia e li piega al suo inconfondibile stile e a quella personale idea di cinema che lo ha reso uno dei registi più apprezzati e riconosciuti dal pubblico. Fiumi di parole che creano una tensione palpabile repentinamente spezzata da guizzi di raffinata ironia e scatti di impetuosa violenza. Questo è Tarantino e questo è Django Unchained. Ma mai come in tale opera le sue grandi doti di narratore, oltre che al servizio del puro divertimento, vengono messe anche a disposizione del contenuto. Ambientato nel Sud degli Stati Uniti 2 anni prima della Guerra Civile, il film affronta una delle pagine più vergognose della storia americana, la schiavitù.
L’inclinazione di Tarantino alla citazione si manifesta già dalla scelta del suo protagonista. Ma le similitudini con il personaggio portato per la prima volta sullo schermo nel 1966 da Franco Nero, si limitano al nome, e magari a una certa attitudine per la vendetta. Il Django tarantiniano (Jamie Foxx) è uno schiavo di colore venduto per aver sfidato il padrone sposando la propria donna. La sua strada si incrocia con quella del dottor King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie di origini tedesche, che lo libera in cambio della sua collaborazione nella cattura dei fuorilegge fratelli Brittle. Django diventa anch’egli un cacciatore di taglie e insieme al suo mentore girano il sud dando la caccia ai criminali più ricercati. Ma la strana coppia ha anche un altro obbiettivo, ritrovare Broomhilda (Kerry Washington) la moglie di Django venduta anch’essa come schiava. La loro ricerca li condurrà a Candyland, una piantagione di cotone nota per la durezza con cui vengono trattati gli schiavi. Per liberare Broomhilda, Django e Shultz dovranno vedersela con la brutalità del suo padrone Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) e del suo fedele servo Stephen (Samuel L. Jackson).
Django Unchained racconta una storia cinematograficamente impeccabile. Ascesa, discesa e resurrezione (con tanto di vendetta) di un eroe mosso dall’amore per una donna, come nella favola germanica di Sigfrido e Brunilde citata come simbolo della missione del protagonista. A dominare tutta la pellicola è la violenza, da sempre elemento chiave nelle storie del regista. Amplificandone le crudeltà e contaminandolo con la cultura pop, Tarantino costruisce un far west quasi fumettistico governato dall’ingiustizia e dall’ignoranza. Ma da questo mondo fittizio emerge in maniera estremamente reale e toccante tutta la sofferenza delle sue vittime. Qui si muovono personaggi irresistibilmente strambi ma epici. Un loquace dentista tedesco adattatosi cacciatore di taglie, uno schiavo remissivo diventato sicario nonché rivoluzionario e un arrogante latifondista negriero, indifferente al dolore ma sensibile ai soldi e al potere. Ma così come non tutti i bianchi sono aguzzini, non tutti i neri sono santi. Ecco allora che Tarantino tira fuori un ulteriore brillante personaggio, quello dello schiavo collaborazionista, un individuo subdolo attento a preservare con ogni mezzo i privilegi raggiunti dimostrando che la crudeltà è insita nell’animo umano al di là della classe sociale o del colore della pelle.
E’ difficile resistere alla tentazione di fare paragoni con i precedenti lavori di Tarantino, in particolare con quella perla che è Bastardi senza Gloria e che, come Django Unchained, offre una geniale rilettura della storia. Innanzitutto, va detto che la sceneggiatura di Django, pur essendo molto appassionante, non eguaglia quella del suo predecessore. La brillantezza dei dialoghi e l’imprevedibilità negli sviluppi dello script di Bastardi sarà difficile da eguagliare. Tuttavia il western tarantiniano ha altri colpi in canna, come la capacità di lasciare un messaggio (se non addirittura abbozzare una morale), elemento invece più rarefatto in un film come Bastardi maggiormente orientato al puro divertimento. I personaggi poi risultano più approfonditi e la soppressione dell’usuale divisione in capitoli dona al tutto maggiore fluidità. C’è inoltre un importante fattore di cui Django si avvale e cioè il sentimento. Già perché era dai tempi di Kill Bill che Tarantino non realizzava un film così emotivamente coinvolgente. Come in tutte le sue pellicole, il buon Quentin torna a dare sfogo a quelle sue fisime divenute ormai un marchio di fabbrica, come le zoomate sui volti dei protagonisti e le fluenti emissioni di plasma. Scarseggiano a sorpresa i tanto amati piedi nudi femminili, elemento fetish però rimpiazzato dall’evitabile scroto all’aria di un Jamie Foxx appeso a testa in giù.
L’arte di Tarantino si manifesta anche nella sapiente associazione tra immagini e musica. La colonna sonora è ancora una volta strepitosa. Un mix di brani pop e soundtrack di vecchi film western tra i quali spiccano l’inedito “Ancora qui”, cantato da Elisa e composto per l’occasione dal maestro Morricone (era ora che accontentasse Tarantino con un pezzo originale), e il leggendario tema di Trinità, un colpo basso capace di far sciogliere il cuore di ogni cinefilo italiano. Altro punto di forza del film sono gli attori. Jamie Foxx è assolutamente impeccabile, Christoph Waltz è ormai un perfetto interprete dei ruoli di Tarantino e Leonardo DiCaprio, per la prima volta nei panni di un villain, convince a pieno. Bravissima Kerry Washington anche se purtroppo riceve poco spazio. Una menzione speciale va però a Samuel L. Jackson che con un’interpretazione di grande qualità da vita a un personaggio da antologia.
In conclusione, Django Unchained è un esempio di grande
cinema. Un cinema divertente, intelligente, esaltante, riflessivo, ma
soprattutto sorprendente (caratteristica non molto comune). Tarantino si
conferma ancora una volta un grandissimo regista e un altrettanto grande
scrittore. Lasciandosi guidare ciecamente dai propri gusti artistici e senza
mai piegarsi agli schemi hollywoodiani confeziona l’ennesimo gioiello. Poco
importa se la scioccante originalità dei suoi esordi sembra lontana.




E' vero, mister T. è riuscito ancora una volta a tirar fuori il coniglio dal cilindro con una storia che, sebbene non sia solamente western, riesce ancora a far dire qualcosa di nuovo a un genere che ormai ha detto tutto.
RispondiEliminaIl premio ricevuto per la sceneggiatura è meritatissimo, quest'anno non potevano fare a meno di darglielo.
Meriterebbe un premio anche Samuel L. Jackson, chi poteva mai pensare a nero che va d'accordo coi schiavisti??? Il suo è un personaggio che rimarrà negli annali del cinema.