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mercoledì 27 luglio 2011

Le ali della libertà - Recensione speciale







Siamo al secondo appuntamento con la rubrica delle recensioni speciali, film selezionati da me e dal collega Ulmer che, secondo la nostra umile opinione, valgono la pena di essere visti una volta nella vita. 









Oggi ci occupiamo di “Le ali della libertà” diretto da Frank Darabont (Il Miglio Verde, The Mist), uno dei rari casi in cui la rappresentazione cinematografica ha dato il giusto tributo all'opera letteraria, rispecchiandola fedelmente e lasciando inalterato tutto il suo fascino. 









Il film trae ispirazione dal libro “Stagioni diverse" di Stephen King. Esso è composto da quattro racconti, ciascuno ambientato in una diversa stagione dell'anno, a cui King associa ad ognuna di esse una opportuna storia in senso metaforico. Il racconto preso ad ispirazione per il film è: ”Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank - L’eterna primavera della speranza". 









Andy Dufresne (Tim Robbins), giovane bancario appassionato di geologia, viene ingiustamente condannato a un doppio ergastolo per l'omicidio della moglie e del suo amante. Portato nel carcere di Shawshank , inizierà per lui un lungo calvario (violenze sessuali da parte delle “sorelle”, condizioni di vita pietose, abusi di ogni genere dai secondini); pian piano però l'apatia che nei primi anni di carcere imprigionavano l'anima di Andy fanno spazio ad una lenta rinascita che lo porterà fino all’evasione. 




All’interno del carcere Andy stringerà una forte amicizia con un carcerato di colore, Ellis Boyd Redding , da tutti chiamato Red (Morgan Freeman) e guadagnerà il rispetto degli altri carcerati e dei sorveglianti, alcuni dei quali sono dei veri aguzzini al servizio dello spietato direttore Samuel Norton (Bob Gunton). Quest’ultimo, fanatico della Bibbia, si rivela il primo a commettere reati di ogni genere. 











Il tema principale del film è sicuramente la speranza, sentimento che anima la maggior parte degli uomini in ogni situazione della vita; ancor di più per coloro che si trovano costretti a stare in una cella per decenni vedendo la propria esistenza perdere senso giorno dopo giorno. 






Tim Robbins e Morgan Freeman


“Io dico che queste mura sono strane: prima le odii, poi ci fai l'abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato... è la tua vita che vogliono, ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno…”. Le parole di Red sul suicido di Brooks (un detenuto anziano che per 50 anni ha passato la vita a Shawshank; uscito dal carcere s’impiccherà poco dopo) esprimono la vita dura del carcere in maniera significativa. 









Quello che sorprende in quest'opera non è soltanto il tema centrale dell’uomo innocente mandato in carcere (di film su questo argomento ce ne sono a bizzeffe), quanto la varietà di vie proposte che possono portare l'uomo inaridito dalle brutture della vita a riaprire gli occhi e riuscire a guardare oltre una finestra di un carcere; l'esaltazione delle meraviglie che rendono la vita degna di essere vissuta, l'amicizia sincera tra due uomini diversi accomunati dalla medesima fortuna avversa. 









"Le ali della libertà" diventa un emblema del riscatto morale, della seconda possibilità che è offerta a colui che sbaglia, una possibilità di redenzione. 













Per quanto riguarda la regia Frank Darabont svolge un lavoro magistrale nel narrarci la vicenda, attraverso la narrazione in soggettiva dei due protagonisti che finiscono per coinvolgere a pieno lo spettatore; Darabont riesce a dare voce ai pensieri, alle sensazioni, agli sguardi in un posto che ti toglie la voglia di parlare come la prigione. Ciò aumenta ancora di più la confidenza e l’immedesimazione dello spettatore con la storia. 




Pensiamo ad esempio quando Andy dall'ufficio del direttore Norton diffonde le note de "Le Nozze di Figaro" di Mozart regalando a tutti i carcerati alcuni momenti d'estasi: nessuno di loro sapeva cosa stesse ascoltando, ma ciascuno immaginava in quella voce soave le parole più belle che potevano esistere. 









In molti altri momenti il regista Darabont gioca sull'apparenza: all’inizio del film sembra che Andy sia davvero un assassino, invece poi si scopre che è totalmente innocente; oppure quando Red, in liberta vigilata fissando la vetrina di un negozio di pistole ci fa credere di volersi suicidare e invece intende semplicemente acquistare una bussola per raggiungere il suo amico. 














L'ambientazione carceraria non è altro che una riuscita metafora della vita e dell'uomo, il carcere visto come prigione interiore che inaridisce l'anima umana, dove soltanto attraverso la speranza si può intraprendere il cammino che porta alla redenzione dalle proprie colpe e infine alla libertà. 




Alla fine del film il regista ci spiazza attraverso un tripudio d'immagini e di musiche che libera lo spettatore dalla sensazione claustrofobica maturata in tutto il corso del film, regalandogli emozioni fortissime date dal ricongiungimento dei due amici finalmente liberi. 









Sul fronte sceneggiatura, il lavoro è stato pressoché ottimo: nonostante il film rispetti quasi completamente il romanzo di King, per la sua trasposizione sul grande schermo sono state realizzate alcune aggiunte che hanno solamente potuto migliorare un lavoro già ottimo. Lo scrittore americano non se la sarà sicuramente presa giacché la maggior parte dei rifacimenti al cinema delle sue opere sono state delle autentiche boiate (scusate il termine ma qui mi si tocca un punto dolente!) che non hanno reso la bellezza di molte sue opere. 
































Un ultimo riconoscimento va ovviamente a Tim Robbins e Morgan Freeman (la miglior prova di attore che ha fatto, in assoluto) che, insieme all’intero cast, offrono delle interpretazioni memorabili. 









Insomma un'opera indimenticabile da tutti i punti di vista, toccante, un simbolo di come la speranza sia davvero l'unica cosa irrinunciabile dell'animo umano, ciò che rende la vita degna di essere vissuta fino in fondo. 









Termino con le parole di Red che commenta la fuga dalla prigione di Andy: 









"Alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia...sono nati liberi e liberi devono essere; e quando volano via ti si riempie il cuore di gioia perché sai che nessuno avrebbe dovuto rinchiuderli, anche se il posto in cui vivi diventa all'improvviso grigio e vuoto senza di loro……."