sabato 3 novembre 2012

Le Belve - Recensione


Reduce da uno sbiadito sequel di Wall Street, Oliver Stone si cimenta col mondo del crimine, o meglio dire de “Le Belve”, storia che prende ispirazione da un romanzo omonimo di Don Winslow.





Due amici hanno dei caratteri totalmente agli antipodi: mite, pacifista e impegnato nel sociale Ben mentre l’altro, Chon, è un ex militare irruento e portato per menare le mani. Opposti che però come si suol dire si attraggono, accomunati da due “passioni”: sono i migliori distributori di marijuana della California, e si dividono la bella Ophelia, che a sua volta contraccambia formando una sorta di trittico amoroso. Tutto va liscio fino a quando si presenta un cartello di narcotrafficanti messicani che propone un accordo di collaborazione, minacciandoli in caso di rifiuto. Dopo aver scoperto un piano di fuga dei tre per scomparire dalla circolazione, i messicani decidono di rapire Ophelia per usarla come incentivo a collaborare.





Determinati a non sottostare al loro ricatto, Ben e Chon faranno di tutto per liberare la donna, perfino scelte di dubbia moralità il quale metteranno a nudo la “bestialità” che alberga in ognuno di noi.












Le Belve sostanzialmente non porta nessuna ventata di novità: una storia di droga dove c’è di mezzo il sentimento spicciolo, la corruzione, la violenza, il tutto condito con i ritmi del pulp. E fin qui potrebbe anche andarci bene, peccato che Stone, non possedendo la maestria di un regista del noir (come non pensare a Tarantino), commette delle magagne: possiamo citare la voce fuoricampo di Ophelia che infastidisce per buona parte del film, oppure il giochetto del doppio finale ideato da Haneke in “Funny games”, e che personalmente, ai fini della trama lo trovo totalmente fuori luogo. 





Non tutto è da buttare, di positivo c’è che in molte scene i dialoghi sono veramente divertenti da ascoltare in quanto godono di una componente comica al limite del surreale. La discussione tra il poliziotto Dennis e Lado, con gli scagnozzi di quest’ultimo fuori dalla casa a far rumore fingendo di essere dei giardinieri è geniale. 





Gran parte del film si sorregge sul personaggio di Lado, interpretato da un grande Benicio del Toro. Spietato, crudele, disumano, violento, è lui la vera “belva” del film. 














Per quanto riguarda il trio protagonista Blake Lively, Taylor Kitsch e Aaron Johnson sono alquanto deludenti, vittime della ridicola storia d’amore. Salma Hayek dà un tocco d’originalità come Elena, divisa tra essere una spietata regina del cartello della droga e madre premurosa di una figlia che la odia. John Travolta, nei panni di Dennis ci fa sorridere nel mostrarsi un poliziotto viscido e corrotto, pronto a passare da una barricata all’altra a seconda dell’occorrenza.





In definitiva un Oliver Stone senza infamia e senza lode, da tempo incapace di tirar fuori dal cilindro un capolavoro degno del suo nome.










2 commenti:

  1. Sento la mancanza di sceneggiature originali, ormai si tende a trasporre qualunque romanzo di successo dimenticando che un buon libro non corrisponde sempre a un buon film. Detto questo, il film non è il capolavoro di Stone che forse è un po' fuori dal suo habitat anche se secondo me non ha sconfinato in luoghi Tarantiniani ( se non altro per il taglio vagamente esistenzialista di savages). Ma è proprio da Tarantino che dovrebbero tutti un po' imparare: per fare un grande cinema non basta una sceneggiatura carina e da scaffale dei "best sellers" ma c'è bisogno di coinvolgere per poi sconvolgere totalmente le percezioni sensoriali dello spettatore. E questo film non lo fa.











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  2. Ha fatto grandissime cose fino ai primi anni '90...poi lento degrado.

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