mercoledì 8 febbraio 2012

Uomini che odiano le donne - Recensione




Millennium – Uomini che odiano le donne è il secondo adattamento cinematografico del romanzo best-seller dello scrittore Stieg Larsson, che ha raggiunto la notorietà mondiale dopo la sua morte nel 2004. Solo dopo, infatti, sono stati pubblicati i romanzi della trilogia Millennium. Dopo il primo film di produzione svedese del 2009 diretto da Niels Arden Oplev, arriva la versione ideata dal regista David Fincher (The Social Network). 





Ci troviamo in Svezia. Il giornalista Mikael Blomkvist (Daniel Craig), redattore della rivista Millennium, è condannato in tribunale per diffamazione ai danni di un potente magnate svedese. Sull'orlo della rovina economica, l'uomo accetta l'incarico proposto da Henrik Vanger (Christopher Plummer), proprietario dell’omonimo impero commerciale, di redigere le sue memorie. In realtà il vero compito di Mikael è scoprire l’assassino della nipote di Vanger, Harriet, scomparsa misteriosamente quarant'anni prima. Blomkvist avrà a che fare con un’indagine sempre più pericolosa e inquietante, dove sarà fondamentale l'apporto dell’hacker Lisbeth Salander (Rooney Mara), una ragazza ribelle e sociopatica, ma dalle notevole attitudini investigative. 









Già dai titoli di testa c’è una marcia in più rispetto al film svedese: sulla musica di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin riadattata dal duo Trent Reznor/Atticus Ross e cantata da Karen O, il regista ci fonde delle immagini spettacolari per preparare lo spettatore a centosessanta minuti di violenze sessuali, segreti di famiglia, giochi di potere e naturalmente omicidi. 





Un thriller che dal libro trae ispirazione nella 'freddezza' dell'ambientazione (Svezia), riuscendo nel duplice intento di rimanere fedele all’impostazione del romanzo senza tralasciare l’elemento chiave che ci ha portato a pagare il biglietto: il tocco del regista Fincher, il quale realizza un lavoro eccellente nell’unire l'investigazione agli sviluppi psicologici dei due protagonisti. O della protagonista poiché è chiaro che il vero centro del film è la figura di Lisbeth: vittima di un passato e di un presente fatto di abusi e terribili esperienze, reagisce con folli ma giustificati gesti di violenza, fino a che non è coinvolta nell’indagine di Vanger dove impara a conoscere le semplici azioni di una persona gentile come Mikael. 










L’unico aspetto che possiamo rimproverare a Fincher sono diverse aggiunte rispetto alla versione svedese che ne allungano oltremodo la durata: un esempio, la presenza della figlia di Blomkvist che non serve a niente ai fini della storia; l’acquisizione del giornale da parte dei Vanger ne è un'altra. Viceversa ritengo comprensibile che nella prima parte del film ci si dilunghi nella presentazione dei vari personaggi proprio perché, essendo ispirato a un romanzo, questi ultimi sono pieni zeppi d’ individui dalle doppie facce e dai segreti inconfessabili. 







Per quanto riguarda l’interpretazione di Daniel Craig è apprezzabile; certo non siamo ai livelli di James Bond, ma riesce a calarsi dignitosamente nei panni di un uomo non propriamente d’azione come Mikael Blomkvist. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nei panni di Lisbeth, e le riesce una difficile trasformazione, fisica (i tatuaggi e i piercing sono veri) e mentale (non sarà stata una passeggiata girare diverse scene esplicitamente violente). Ottimi anche i vari comprimari: Christopher Plummer (Parnassus, A beautiful mind) sempre ben gradito in un film, Robin Wright (Forrest Gump), Stellan Skarsgård (Thor, Pirati dei caraibi) è da anni sinonimo di qualità. 





Personalmente appartengo a quella schiera di persone che non amano follemente i remake fatti più e più volte, dico questo perché sono anni che si vedono registi su registi che falliscono miseramente. Tuttavia il film di Fincher rende giustizia al libro di Larsson e supera brillantemente il confronto con quello diretto nel 2009 da Niels Arden Oplev.









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